The Project Gutenberg EBook of Clelia, by Giuseppe Garibaldi Copyright laws are changing all over the world. Be sure to check the copyright laws for your country before downloading or redistributing this or any other Project Gutenberg eBook. This header should be the first thing seen when viewing this Project Gutenberg file. Please do not remove it. Do not change or edit the header without written permission. Please read the "legal small print," and other information about the eBook and Project Gutenberg at the bottom of this file. Included is important information about your specific rights and restrictions in how the file may be used. 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L'originale italiano passo` in Inghilterra, dove noi lo abbiamo acquistato; e cola` il titolo principale sotto cui si stava pubblicando la traduzione, era IL GOVERNO DEL MONACO (The rule of the Monck) e noi l'abbiamo seguito. Quando non eravamo piu` in tempo per rimediare, ci accorgemmo che IL GOVERNO DEI PRETI era titolo piu` acconcio e meglio in armonia colle idee del Generale. Ne scrivemmo a lui stesso ed egli si contento` di risponderci: "A Londra qualche prete senza dubbio ha creduto meglio intitolarlo IL GOVERNO DEL MONACO" e siccome comprendeva che non c'era piu` riparo essendo il libro in corso di stampa, non aggiunse altro. Noi, per riparare quant'e` possibile all'equivoco, abbiamo premesso il primo dei due titoli originari CLELIA al titolo della traduzione inglese; e di piu` facciamo ammenda dell'errore come fosse nostro, confessandolo. GLI EDITORI Fratelli Rechiedei Milano 1870 CAPITOLO I CLELIA CAPITOLO II ATTILIO CAPITOLO III LA CONGIURA CAPITOLO IV I TRECENTO CAPITOLO V L'INFANTICIDIO CAPITOLO VI L'ARRESTO CAPITOLO VII IL LEGATO CAPITOLO VIII IL MENDICO CAPITOLO IX LA LIBERAZIONE CAPITOLO X L'ORFANA CAPITOLO XI IL RICOVERO CAPITOLO XII LA SUPPLICA CAPITOLO XIII LA BELLA STRANIERA CAPITOLO XIV SICCIO CAPITOLO XV IL PALAZZO CORSINI CAPITOLO XVI LA TRIADE CAPITOLO XVII LA GIUSTIZIA CAPITOLO XVIII L'ESILIO CAPITOLO XIX LE TERME DI CARACALLA CAPITOLO XX ALLE TERME CAPITOLO XXI IL TRADITORE CAPITOLO XXII LA TORTURA CAPITOLO XXIII I BRIGANTI CAPITOLO XXIV IL LIBERATORE CAPITOLO XXV LO YACHT CAPITOLO XXVI LA TEMPESTA CAPITOLO XXVII IL DESERTO CAPITOLO XXVIII LA RITIRATA CAPITOLO XXIX LA FORESTA CAPITOLO XXX IL CASTELLO CAPITOLO XXXI LA BELLA IRENE CAPITOLO XXXII GASPARO CAPITOLO XXXIII LA SCOPERTA CAPITOLO XXXIV L'ASSALTO CAPITOLO XXXV UN ACQUISTO PREZIOSO CAPITOLO XXXVI IL MIGLIORAMENTO UMANO CAPITOLO XXXVII I SOTTERRANEI CAPITOLO XXXVIII L'ANTIQUARIO CAPITOLO XXXIX L'ESERCITO ROMANO CAPITOLO XL IL MATRIMONIO CAPITOLO XLI IL BATTESIMO CAPITOLO XLII LA SOLITARIA CAPITOLO XLIII IL SOLITARIO CAPITOLO XLIV IL 30 APRILE CAPITOLO XLV LA PUGNA CAPITOLO XLVI LA QUERCIA ANTICA CAPITOLO XLVII L'ONORE DELLA BANDIERA CAPITOLO XLVIII LA CENA CAMPESTRE CAPITOLO XLIX IL PARRICIDA CAPITOLO L IMBOSCATA CAPITOLO LI L'INSEGUIMENTO CAPITOLO LII LA PEREGRINAZIONE CAPITOLO LIII VENEZIA CAPITOLO LIV ROMA IN VENEZIA CAPITOLO LV IL GOVERNO RIPARATORE CAPITOLO LVI DECRETO DI MORTE CAPITOLO LVII MORTE AI PRETI CAPITOLO LVIII IL PRINCIPE T.... CAPITOLO LIX IL DUELLO CAPITOLO LX ROMA CAPITOLO LXI VENEZIA ED IL BUCCINTORO CAPITOLO LXII LA SEPOLTURA CAPITOLO LXIII IL RACCONTO CAPITOLO LXIV SEGUITO DEL RACCONTO DI MARZIO CAPITOLO XLV SEGUITO DEL RACCONTO DI MARZIO CAPITOLO LXVI SEGUITO DEL RACCONTO DI MARZIO CAPITOLO LXVII SEGUITO DEL RACCONTO DI MARZIO CAPITOLO LXVIII PREDICAZIONE DEL SOLITARIO CAPITOLO LXIX CAIROLI COI SETTANTA COMPAGNI CAPITOLO LXX CUCCHI E COMPAGNI CAPITOLO LXXI LE TRE EROINE CAPITOLO LXXII I MONTIGIANI CAPITOLO LXXIII CORRUZIONE DELLE GENTI CAPITOLO LXXIV IL ROVESCIO CAPITOLO LXXV ULTIMA CATASTROFE CAPITOLO LXXVI IL SOTTERRANEO APPENDICE GLI ULTIMI EPISODI DEI VOLONTARI FATTI ISTORICI ACQUAPENDENTE--MONTE LIBRETTI--VEROLA--MONTEROTONDO--MENTANA RIEPILOGO IL PANDEMONIO I DUE TRADIMENTI PREFAZIONE 1. Ricordare all'Italia tutti quei valorosi che lasciaron la vita sui campi di battaglia per essa. Perche' se molti sono conosciuti, e forse i piu` cospicui, molti tuttavia sono ignorati. A cio` mi accinsi come dovere sacro. 2. Trattenermi colla gioventu` Italiana sui fatti da lei compiuti e sul debito sacrosanto di compire il resto accennando colla coscienza del vero le turpitudini ed i tradimenti dei governi e dei preti. 3. Infine campare un po' anche col mio guadagno. Ecco i motivi che mi spinsero a farla da letterato, in una lacuna lasciatami dalle circostanze, in cui ho creduto meglio: far niente, che far male. Ne' miei scritti, quasi esclusivamente parlero` dei morti. Dei vivi meno che mi sia possibile, attenendomi al vecchio adagio(1): gli uomini si giudicano bene dopo morti. (1) Proverbio, detto. Stanco della realta` della vita, io stesso ho creduto bene di adottare il genere, romanzo storico. Di cio` che appartiene alla storia, credo essere stato interprete fedele, almeno quanto sia possibile d'esserlo poiche' particolarmente negli avvenimenti di guerra, si sa, quanto sia difficile il poterli narrare con esattezza. Circa alla parte romantica, se non fosse adorna della storica, in cui mi credo competente, e dal merito di svelare i vizi e le nefandezze del pretismo, io non avrei tediato il pubblico, nel secolo in cui scrivono romanzi i Manzoni, i Guerrazzi ed i Victor Hugo. GIUSEPPE GARIBALDI CAPITOLO I CLELIA Come era bella la perla del Trastevere! Le treccie brune, foltissime; e gli occhi! il loro lampo colpiva come folgore chi ardiva affissarla. A sedici anni il suo portamento era maestoso come quello di una matrona antica. Oh! Raffaello in Clelia avrebbe trovato tutte le grazie dell'ideale sua fanciulla colla virile robustezza dell'omonima eroina(2) che si precipita nel Tevere per fuggire dal Campo di Porsenna. (2) La Clelia Romana del tempo di Porsenna. Oh si`! era pur bella Clelia! E chi poteva contemplarla senza sentirsi ardere nell'anima la viva fiamma che usciva dalle sue luci? Ma le Eminenze? Codeste serpi della citta` santa, i cui cagnotti con ogni piu` vile arte di corruzione cercavan pascolo alle libidini dei padroni, non sapevan forse che tale tesoro viveva nel recinto di Roma? Lo sapevano. E una fra l'altre agognava da qualche tempo a far sua quella bellezza che discendeva dai Vecchi Quiriti(3). (3) I trasteverini si credono pura stirpe degli antichi Romani. "Va Gianni, (diceva un giorno il cardinale Procopio, _factotum_ e favorito di Sua Santita`) vanne e m'acquista quella gemma a qualunque costo. Io non posso piu` vivere se la Clelia non e` mia. Essa sola puo` alleviare le mie noie e bearmi la stupida esistenza che trascino al fianco di quel vecchio imbecille"(4). (4) Pio IX (N.d.c.). E Gianni, strisciando sino a terra il suo muso di volpe, colla laconica risposta di "si` Eminenza" moveva senz'altro all'infame missione. Ma su Clelia vegliava Attilio, suo compagno d'infanzia, ventenne, robusto artista, il coraggioso rappresentante della gioventu` romana, non della gioventu` effeminata data alle dissipazioni, piegata al servaggio, ma di quella da cui usciva un giorno il nerbo di quelle legioni, davanti alle quali la falange macedone indietreggiava. Attilio, chiamato da' compagni di studio l'Antinoo Romano(5), per la bellezza delle sue forme, amava la Clelia di quell'amore per cui i rischi della vita sono giuochi, il pericolo della morte, una ventura. (5) Antinoo, giovine di celebre bellezza favorito dell'Imperatore Adriano Nella via che dalla Lungara ascende al monte Gianicolo, non lungi dalla fontana di Montorio, era posta la dimora di Clelia. La sua famiglia era di artisti in marmo, professione la quale permette in Roma una certa vita indipendente, se pure indipendenza puo` esistere, ove padroneggiano preti. Il padre di Clelia, gia` prossimo alla cinquantina, era uomo di costituzione robusta, serbata nel suo vigore da una vita laboriosa e sobria. La madre era pure di sana complessione, ma delicata. Essa aveva un cuore d'angiolo e faceva le delizie della sua famiglia non solo, ma era adorata da tutti i vicini. Si diceva che Clelia accoppiava alle sembianze angeliche della mamma la robusta e maestosa dignita` del padre. Si sapeva che in quella santa famiglia tutti si adoravano. Ora intorno a questa beatitudine si aggirava il vile mandatario del prelato nella sera dell'8 febbraio 1866. Gianni si era gia` presentato sulla soglia dell'onesto discepolo di Fidia(6) che non se n'era accorto, perche' si trovava con le spalle voltate; ma vedendo ch'egli avea certe braccia abbronzate e nerborute si senti` preso da un brivido tale che involontariamente indietreggio` sino all'altro lembo della via. Pareva gia` all'emissario di sentirsi piovere addosso una sfuriata di pugni o di bastonate. (6) Celeber. Se non che l'artista si rivolse verso la porta e dimostrando, sulla sua fisionomia virile, cert'aria di benevolenza, il malandrino si senti` rinfrancare e fattosi ardito si presento` nuovamente sulla soglia dello studio. "Buona sera, sor Manlio", principio` con voce di falsetto il mal capitato messo. "Buona sera" rispose l'artista; ed esaminando uno scalpello che aveva tra le mani poco badava alla presenza di un individuo ch'ei conosceva appartenere a quella numerosa schiera di servi prostituti, che il prete ha sostituito in Roma alla maschia schiatta dei Quiriti. "Buona sera", ripeteva Gianni con voce sommessa e timida e vedendo che finalmente l'altro alzava gli occhi verso lui: "Sua Eminenza il cardinale Procopio,--prosegui`,--m'incarica di dire a V. S. che egli desidera avere due statuette di santi per adornare l'entrata del suo oratorio". "E di qual grandezza vuole S. E. le statuette?" rispose Manlio. "Io credo sia meglio che V. S. venga in palazzo per intendersi con l'E. S.". Un torcer di bocca del bravo artista fu chiaro indizio che la proposta gli andava poco a sangue, ma come si puo` vivere in Roma senza dipendere dai preti? Tra le malizie gesuitiche dei tonsurati vi e` pur quella di fingersi protettori delle belle arti e cosi` hanno fatto che i maggiori ingegni d'Italia prendessero a soggetto dei loro capolavori le favole pretesche, consacrandole per tal guisa al rispetto ed all'ammirazione delle moltitudini. Torcer la bocca non e` una negativa, e veramente bisognava vivere e mantenere decentemente due creature, la moglie e la figlia, per le quali Manlio avrebbe dato la vita cento volte. "Andro`" rispose seccamente dopo qualche momento di riflessione. E Gianni con un profondo saluto si accomiato`. "Il primo passo e` fatto", mormoro` tra se' il mercurio dell'eminentissimo; "ora e` d'uopo cercare un posto di osservazione e di rifugio per Cencio". Il quale Cencio, affinche` il lettore lo sappia, era il subordinato di Gianni, a cui il cardinale Procopio affidava la seconda parte in cosi` fatte imprese. Gianni si affaccendava ora a trovare per Cencio una stanza qualsiasi d'affitto in vista dello studio di Manlio. Il che gli venne fatto facilmente. In quella parte della capitale del mondo l'affluenza delle genti non e` mai strabocchevole, poiche' i preti, che curano tanto per se' il bene materiale, non pensano, rispetto agli altri, che al bene spirituale. Ora il secolo e` un po' positivo, bada al tanto per cento piu` che alla gloria del paradiso, ed e` per questo che Roma, per mancanza d'industria e commerci rimane squallida e scarsa d'abitatori(7) (7) Roma ch'ebbe in passato due milioni di abitanti, ne conta ora appena 210 mila. Gianni adunque dopo di avere preso a fitto una stanza, come dicemmo, se ne tornava a casa cantarellando e colla coscienza tutt'altro che aggravata, sicuro com'era dell'assoluzione che i preti non negano mai alle ribalderie commesse in servizio loro. CAPITOLO II ATTILIO Di faccia allo studio di Manlio ve n'era un altro, quello dove lavorava Attilio. Dalle sue finestre questi aveva potuto vedere la Clelia; appunto cosi` s'era acceso per lei di altissimo affetto. Clelia vinceva di belta` le piu` leggiadre donzelle di Roma, e forse era altera e non vaga di amori, ma quando occhio di donna s'era fiso per una volta sola nell'occhio del nostro Attilio ed aveva osservato la sua bella persona, per duro e cinto di triplice acciaio che fosse il cuore di lei, doveva commuoversi di ammirazione e di simpatia. Un lampo dell'occhio scambiatosi da que' due era bastato a fissare il loro destino per tutta la vita. Ora Attilio, avendo il suo santuario davanti allo studio ov'egli passava quasi intera la giornata, molte volte fissava lo sguardo ad una finestra del primo piano ove Clelia lavorava colla madre, e donde la luce elettrica dell'occhio suo incontravasi quasi di concerto con quella del suo prediletto. Attilio quella sera aveva osservato il barcheggiare dello scherano, lo aveva riconosciuto per manutengolo di qualche pezzo grosso, e l'occhio suo penetrante, dallo indietreggiare, dalla titubanza e dall'irresoluto contegno di lui, istintivamente aveva augurato(8) male per la sorte della bella fanciulla. Imperocche' i pochi eletti della popolazione romana sanno cio` che si possa aspettare dai settantadue(9) tanto piu` corrotti e lascivi quanto piu` son ricchi e potenti non mirano alla bellezza ed all'innocenza che per profanarle. (8) Preveduto (N.d.C.) (9) I 72 Cardinali son chiamati cosi dal popolo di Roma Non aveva Gianni fatto ancora cento passi all'ingiu` verso la Lungara che il nostro amico gia` si trovava sulle sue peste seguendolo con aria sbadata come chi nulla avendo da fare si ferma a contemplare tutte le curosita` che scopre sul davanti delle botteghe e sui frontespizi dei templi e dei monumenti, di cui ad ogni passo e` ornata la meravigliosa metropoli del mondo. E lo seguiva Attilio col presentimento di seguire un ribaldo, uno stromento d'infamia la cui meta fosse quella di rovinare la sua donna. Lo seguiva, Attilio, tastando il manico di un pugnale che teneva nascosto in seno. Vedi presentimento! L'aspetto di uno sconosciuto veduto per la prima volta e per un solo istante, di uno sconosciuto volgare, aveva svegliato in quell'anima di fuoco una sete di sangue, in cui si sarebbe bagnato con volutta` da cannibale. E ritastava il pugnale: arma proibita, arma italiana che lo straniero condanna, come se la baionetta o la scimitarra bagnate da lui tante volte nel sangue innocente, siano armi piu` nobili d'un pugnale immerso nel petto d'un assassino o confitto in quello d'un tiranno. Gianni fu veduto da Attilio entrare nella casa ov'egli contrattava la stanza per Cencio, e quindi fu visto avviarsi e penetrare nel vestibolo del superbo palazzo Corsini, ove abitava il suo padrone. "E` dunque Don Procopio l'uomo" disse tra se il nostro eroe, Don Procopio il favorito ed il piu` dissoluto della caterva dei masnadieri principi di Roma; e ando` innanzi immerso nelle sue riflessioni. CAPITOLO III LA CONGIURA Privilegio dello schiavo e` la congiura e pochi sono gli italiani di tutte le epoche del servaggio del loro paese i quali non abbiano congiurato. E poiche' il dispotismo dei preti e` il piu` esoso di tutti, il piu` degradante ed infame, si puo` tenere per certo che il cospirar dei Romani dati dal dominio di questi impostori. La notte dell'8 febbraio era in Roma notte di congiura. Convegno il Colosseo; percio` Attilio dopo aver pedinato quel messo di delitti che si chiamava il Gianni, anzi che avviarsi alla sua casa prese la via di Campo Vaccino(10). (10) Antico foro Romano. Che trasformazione d'un nome si` glorioso! Era oscura la notte e nuvoloni neri neri si addensavano sulla citta` santa spinti da violento scirocco: il mendico di Roma avvolto nel suo mantello cencioso cerca ripararsi in qualche aristocratico portone, o sotto il peristilio di qualche chiesa; il prete servito dall'inseparabile Perpetua sta invece rifocillandosi a lauta mensa e si prepara a delizioso riposo, di vivande ripieno e di vini prelibati. La` nel fondo dell'antico Foro sorge il maestoso gigante delle ruine, tetro, imponente, segnando a questa generazione di schiavi cento passate generazioni e ricordando ai Romani che la loro Roma, sconquassata dal tempo e dalla vendetta delle gia` oppresse nazioni crollo`, non cadde. Lo straniero suole visitare il Colosseo a lume di luna. Ma bisogna vederlo in una oscura notte di tempesta, illuminato dal lampo, scosso dalla folgore e pieno di cupi e strani rimbombi. Tale era la notte dell'8 febbraio, quando i congiurati ad uno ad uno per diverse vie si avvicinavano all'anfiteatro dei gladiatori e delle fiere, avvolti in ampi mantelli che nella luce incerta parevano toghe. E` privilegio oggi de' mendichi soltanto quello di andare per le vie di Roma coperti dal tradizionale mantello in guisa da parere togati; e forse non pochi mendichi v'erano tra que' generosi, perche' sulla terra dei Bruti spesso si nasconde sotto cenci l'animo virile di un gladiatore pronto a gittare la sua vita nell'arena, ove si contende la liberazione de' popoli. Tra le mille loggie ove soleva adunarsi il popolo-re, ve ne eran varie piu` spaziose delle altre, forse in antico destinate agli imperanti, alla corte, ai grandi. Il tempo le avea ridotte ad una sola. Non seggioloni, non arazzi adornavano il recinto. (E che importavano gli adornamenti a coloro che s'eran sacrati alla morte?). Le macerie eran per loro pareti, tribune, sedili. Al fioco lume di una lanterna sorda di cui eran muniti i congiurati si vedevano ascendere per diverse vie quei coraggiosi propugnatori della liberta` romana e giunti nel loggione (tale era il nome dato da loro al recinto) ognuno vi prendeva posto senz'altra cerimonia che una stretta di mano tra i vicini, poiche' tutti eran conoscenti ed amici. Quando quasi tutti furono al loro posto una voce sonora si udi` nel recinto che grido`: "Le sentinelle sono a posto?" Un'altra voce dall'altro estremo rispose: "A posto". Allora il lume di una torcia accanto alla prima voce illumino` centinaia di fisonomie simpatiche di giovani quasi tutti al disotto dei trenta, ed altre torcie si accesero qua e la` per vincere l'oscurita` della notte. I preti non mancan di spie e spie famose sono i preti stessi, onde ad alcuno sembrera` strano che una massa di congiurati potesse riunirsi impunemente in Roma. Ma bisogna riflettere che nella santa citta` vi sono deserti e che il Campo Vaccino, principale di quei deserti, racchiude tante rovine quante forse non sono tutte insieme le rovine del mondo. Poi, in una citta` come quella, un mercenario, che ama la pelle sopra ogni cosa del mondo e fa servigi piu` in apparenza che in fatti, non corre ad avventurare la codarda sua vita in quelle macerie, assai men secure delle vie di Roma ove un uomo onesto e` gia` si` poco sicuro. In una citta` superstiziosa come e` la Metropoli cattolica, non mancano leggende di apparizioni tra le rovine, ne' manca chi ci crede. Anzi si conta: che in una notte tempestosa come questa, due sgherri piu` avventati degli altri, avvicinandosi nelle loro ricerche al Colosseo scorsero una certa luce e contenti di tale scoperta, si fecero innanzi per riconoscerla; ma che procedendo verso quella parve loro vedere fantasmi cosi` spaventevoli, che sopraffatti dal terrore se la diedero a gambe, perdendovi uno il cappello e l'altro la sciabola che aveva tentato di sguainare, ma che tremante lascio` cadere e non ebbe il coraggio di fermarsi per raccoglierla, e via. I fantasmi altro non erano che i nostri giovani, i quali nel ritirarsi inciamparono nel cappello e nella sciabola e siccome le loro sentinelle avevano osservato l'approssimarsi delle spie e la loro fuga, ne venne che la scoperta degli insperati trofei produsse tra loro un'immensa ilarita`. CAPITOLO IV I TRECENTO La prima voce che s'udi` nel loggione era voce d'uno da noi conosciuto: la voce di Attilio. Attilio, l'intemerato, a vent'anni era stato con voti unanimi eletto da quei generosi a capitano. Tanto e` il prestigio del valore e della virtu` e, diciamolo pure, anche dell'avvenenza e robustezza del corpo! E Attilio meritava la fiducia dei suoi compagni. Alla bellezza dell'Antinoo egli aggiungeva il profilo e il cuore del leone. Dopo aver girato Io sguardo sull'adunanza ed essersi assicurato che tutti erano muniti di un nastro nero al braccio sinistro (segno di lutto per gli schiavi, da non deporsi sino alla liberazione di Roma, e segno di ricognizione dei trecento) Attilio cosi` comincio`: "Fratelli! Sono ormai due mesi che le soldatesche straniere, unico puntello del papato, devono sgombrare e non lo fanno. Essi lordano ancora le nostre contrade e sotto pretesti futili rioccupano le posizioni che gia` aveano abbandonate quando dovevano uniformarsi alla Convenzione del settembre 1864. Or tocca a noi. Pazientammo diciotto anni, subimmo il doppio giogo, egualmente esacrato, dello straniero e del prete. Ed in questi ultimi anni, pronti a menar le mani, fummo trattenuti da quella setta ermafrodita che si chiama de' moderati, e altra moderazione non ha e non usa che quella d'impedire il fare e il far bene: setta infame e divoratrice siccome il prete, pronta sempre a patteggiare collo straniero, a far mercato dell'onor nazionale pur d'impinguare sull'erario dello Stato che trascina a sicura rovina. Di fuori i nostri amici son pronti e noi accusano di neghittosi. L'esercito, meno la parte legata alla pagnotta, e` tutto con noi. Le armi che aspettavamo, per distribuire al popolo, sono giunte e stanno in luogo sicuro. Di munizioni ne abbiamo piu` del bisogno. A che dunque tardare piu` oltre? Oual nuova occasione dobbiamo aspettare? Il nostro grido sia: "All'armi"...". E "All'armi! all'armi!" fu la risposta dei trecento congiurati. La stanza romita dove forse gli antichi eroi venivano ancora nella notte a meditare sul servaggio delle nazioni, rimbombo` al grido dei trecento giovani, che giuravano di voler libera Roma, e l'eco diffuse tra le secolari macerie dello sterminato Colosseo il maschio grido di quella coorte. Trecento! Trecento come i compagni di Leonida, come gli eroi dell'antica famiglia dei Fabii, erano i giovani nostri amici; i quali non avrebbero ceduto il loro posto, sia di liberatori, sia di martiri per un impero. "Che Dio vi benedica, anime predilette!--riprese Attilio.--Non ebbi mai dubbio dell'unanime eroica vostra risolutezza per l'opera santa! Noi felici, cui la sorte affido` la redenzione dell'antica padrona del mondo dopo tanti secoli di servaggio e di brutture pretine. Or come ognuno di voi ebbe la sua parte di popolo, suddiviso per rioni, ad educare, cosi` quella stessa parte di popolo sia da ciascuno di voi guidata il giorno della battaglia che non sara` lontana, il giorno in cui verranno infranti i ceppi della nostra Roma e risorgera` questo popolo che il prete, schiuma d'inferno, il prete solo, poteva depravare, corrompere, abbruttire a tal segno da cambiare il grandissimo fra tutti i popoli nel piu` meschino, piu` abbietto, ed ultimo popolo della terra. Si`, e` stato il prete che ha avuto il merito di educare gli italiani all'umiliazione ed al servilismo. Mentre lui si faceva baciare la pantofola dagli imperatori, chiedeva agli altri esercitassero l'umilta` cristiana; mentre predicava l'austerita` della vita, egli sguazzava nell'abbondanza, nella lascivia e nel vizio. Inchini e baciamani: ecco la ginnastica insegnata dal prete al popolo. Per Dio, lo dobbiamo a lui se la meta` di noi porta il gobbo, od ha la spina dorsale curvata! La lotta che siamo per imprendere e` santa. E a noi, non solo l'Italia, ma il mondo sara` grato se giungeremo a liberarlo da questa maledizione. Imperocche' tenete per certo che nel mondo intero sara` possibile la fratellanza umana ove sia liberato dai preti...". A questo punto era arrivato col suo ardente discorso Attilio, quando un lampo improvviso illumino` la vasta navata del Colosseo, come se a un tratto mille torcie si fossero accese per incanto. Al lampo tenner dietro le tenebre piu` fitte di prima ed un terribile tuono scosse fino dalle fondamenta la sterminata mole. Non impallidirono i congiurati, disposti come erano ad affrontare la morte in qualunque guisa, ne' rimasero scossi. Ed ognuno di loro corse colla destra nel seno a ricercare il ferro. Quando, quasi fosse un seguito della meteora, s'udi` una voce di disperazione risonare nel vestibolo dell'anfiteatro e poco dopo una giovine scarmigliata, fuori di se', grondante acqua dalle vesti, si precipitava in mezzo ai congiurati. Silvio fu il primo che la riconobbe, e: "Povera Camilla!" sclamo` il coraggioso cacciatore di cignali. "Povera Camilla! in quale stato mai l'hanno ridotta codesti mostri, che l'Europa c'impone a padroni, per i quali l'inferno solo dovrebbe servire di stanza". Subito dietro alla Camilla, erano entrati alcuni dei giovani rimasti di guardia al di fuori e al loro capo raccontavano come quella donna al chiarore del lampo li avesse scoperti, come si fosse slanciata verso il loggione, senza che fosse stato possibile, in modo alcuno, trattenerla. "Vedendo una giovane donna--dissero le sentinelle--abbiamo creduto farci interpreti del vostro desiderio non adoperando le armi per arrestarla. In altro modo ci e` stato impossibile il farlo". Camilla intanto, sollevata da Silvio avea innalzato meccanicamente gli occhi fino a lui. Ma fissatolo un momento, diede un urlo spaventoso e cadde a terra boccone, cosi` dolorosamente singhiozzando da intenerire le pietre. CAPITOLO V L'INFANTICIDIO Si ritrae dalle statistiche che Roma e` la citta` ove nascono in maggior numero i figli naturali. E degli infanticidi quale e` la cifra che danno le statistiche?... Nel 1849, al tempo del Governo degli uomini, io ho assistito a delle ricerche nei penetrali di quelle bolgie che si chiamano conventi e in ogni convento non mancavano mai gi`'istromenti di tortura e l'ossario dei bambini. Cosa era quel nascosto cimitero di creature appena nate o non nate ancora? Un senso d'orrore rivolta ogni anima che non sia di prete dinanzi a tale spettacolo. Il prete invece impostore, cresciuto alla menzogna ed all'ipocrisia, deridendo la credulita` degli stupidi, e` naturalmente propenso a satollare tanto il ventre come la lussuria. E come potrebbe egli contentare gli appetiti del corpaccio se non facendo scomparire i frutti della seduzione o della violenza? E cosi`, nata, strangolata o macellata e sepolta era una creatura umana per nascondere la libidine di chi si era consacrato alla castita`. La terra, i fiumi, il mare, certo nascondono a milioni le vittime della scelleraggine e dell'impostura. Povera Camilla! anche il nato dalle tue viscere ando` nel carnaio degli innocenti dopo aver esalato il respiro sotto il coltello degli sgherri dello stesso Procopio, di quel Gianni che in questo momento s'aggira per sedurre e perdere la perla di Trastevere, la bellissima Clelia. Nata contadina l'infelice Camilla ebbe come l'Italia il dono funesto della bellezza. Silvio, nelle sue caccie verso le paludi pontine, soleva fermarsi, passando, in casa del buon Marcello, padre di Camilla, a poca distanza di Roma. E s'era cola` innamorato della fanciulla. Riamato da Camilla e chiestala al padre, l'ottenne e si fidanzarono. Era una bella coppia quella dell'avvenente e robusto cacciatore colla gentile e bella contadina ed entrambi assaporavano anticipatamente con l'anima le delizie della loro unione. Ma troppo bella era Camilla e troppo innocente in quella metropoli della corruzione. I bracchi dell'Eminenza avean fiutato la colomba e quando viene fiutata e tracciata la selvaggina da costoro, e` ben difficile non cada. In una escursione di caccia, il povero Silvio aveva presa la febbre, si` comune in quelle paludi, e questo malanno fu cagione che il matrimonio venisse ritardato e piu` facile si rendesse il disegno degli avvoltoi su quella preda gentile. Raramente ma pur qualche volta Camilla soleva recarsi a portar delle frutta in piazza Navona e li` una fruttaiola comprata da Gianni tese tante lusinghe e reti all'innocente contadina che la fece finalmente cadere nella trappola. La caduta non rimase a lungo occulta. Il ventre ingrossando minaccio` svelare l'arcano, onde temendo del padre e dell'amante, la povera Camilla si lascio` persuadere ad occupare una stanza nel palazzo Corsini ove a bell'agio il cardinale poteva continuare la tresca coll'infelice. Il parto riusci` un bambino e quel bambino fu destinato come tanti altri al carnaio. Camilla ne impazzi` e grazie alla generosa pieta` del porporato, il quale sognava nuovi amori, fu rinchiusa in un manicomio. Una notte pero`, sia colla violenza, sia deludendo la vigilanza dei custodi, la pazzarella riusci` a guadagnare l'aria libera. Usci`, vago`, vago` a lungo in quella notte tempestosa, senza direzione preconcetta, finche' per caso avvicinatasi al Colosseo le parve intravvedervi una luce, avanzossi. In quel momento il precursore della folgore avea rischiarato ogni cosa e fra le altre le sentinelle che vigilavano all'ingresso dell'anfiteatro. L'istinto, un vago presentimento la spinsero verso quegl'individui che almeno non avevano l'aria di preti. Costoro vollero arrestarla, ma Camilla avea in quella notte una forza sovrumana. Si svincolo`, sali` e giunta al loggione cadde spossata in mezzo ai trecento. Povera Camilla! E Silvio che l'aveva riconosciuta, raccontava ai compagni la storia dell'infelice. "E` tempo,--ripigliava Attilio,--di purgare la nostra citta` da questo immondo pretume" ed un lampo di sospetto per la sua Clelia, forse in procinto di cadere fra gli artigli delle belve istesse, balenatogli alla mente, il suo pugnale venne fuori come una striscia di fuoco. Quindi brandendo il ferro, Attilio sclamo`: "Maledizione a quell'indegno Romano che non sente l'umiliazione della sua patria e che non e` pronto a bagnare il suo ferro nel sangue de' tiranni che la deturpano facendone una cloaca". "Maledizione! Maledizione!" rimbombo` per piu` minuti l'ampia volta delle ruine, ed il tintinnio de' ferri cozzanti, faceva riscontro al clamore delle voci; terribile musica all'indirizzo de' corrotti e scellerati padroni di Roma. "Silvio!--ripigliava Attilio--questa fanciulla piu` infelice che colpevole, abbisogna di protezione e tu generoso non gliela niegherai. Vanne e l'accompagna, ed il giorno della riscossa, noi siamo certi, non mancherai al tuo posto". E Silvio era generoso davvero e amava ancora la sua disgraziata Camilla. Costei alla vista dell'amante parve quasi per incanto calmata dal morboso furore, e tacita, rannicchiata era diventata docile come un agnello. Silvio le si accosto`, sollevolla, l'avvolse nel proprio mantello e dolcemente tenendola per mano, la condusse fuori del Colosseo verso l'abitazione di Marcello. "Per il quindici alle Terme di Caracolla, e pronti a menar le mani!...". "Pronti! Pronti!" ripeterono i trecento. Ed in pochi minuti il deserto delle rovine avea ripreso la sua tetra spaventosa solitudine. CAPITOLO VI L'ARRESTO Cencio, come fra la gioventu` Romana suole a parecchi accadere, era disceso piu` per colpa dei genitori che propria, nell'abbiezione in cui l'abbiamo trovato. Onesto carpentiere, il padre avea sposata una di quelle tante donne uscita dal connubio dell'alto clero con femmina Romana(11). (11) Come puo` essere diversamente con un clero ricco ed una popolazione povera? Costei non ignorava la non mediocre sua nascita e vanarella sognava poter innalzare il proprio figlio al disopra dell'umile condizione del padre suo. Essa faceva gran conto sulla protezione dell'Eminente genitore e le pareva che questi dovesse proprio occuparsi del suo nuovo nato. Stolta! che non sapeva come i godimenti mondani sieno la sola norma dei porporati predicatori della vita eterna e che, una volta satolli, costoro distruggono o abbandonano la prole. E Cencio destinato dalla madre allucinata a grandi cose non curo` imparare l'arte del padre, si diede dell'aria e fini`, ostentando una condizione che non era la sua, a precipitarsi nel vizio e vendersi finalmente al primo ministro dei piaceri di un'Eminenza. Dalla stanza dove lo aveva collocato Gianni egli non perdeva Manlio di vista; ed una sera mentre l'artista stava intento al lavoro piomba Cencio nel suo studio e con voce commossa, si fa cosi` a supplicarlo: "per l'amore di Dio! voglia permettermi di rimanere qui un istante, sono inseguito dalla polizia... mi cercano per imprigionarmi. L'assicuro,--continuava l'impostore,--che non ho altro delitto, tranne quello d'esser liberale; nel calore di una disputa ho detto francamente che la caduta della repubblica era stato un assassinio. Per tutto questo mi vogliono arrestare!". Cosi` terminando il suo discorso Cencio per dare alle sue parole maggior colore di verita`, fingeva di cercare dietro i marmi, ond'era ripieno lo studio, un nascondiglio che lo coprisse dalla vista della strada. "I tempi corrono difficili", penso` Manlio fra se', "c'e` poco da fidarsi del prossimo; ma come si fa a cacciar di casa un compromesso politico? come si fa a mandarlo a crescere il numero degli infelici che gemono nelle prigioni dei preti?". "Poi,--pensava Manlio sbirciando il nuovo venuto,--il giovane mi sembra di buon aspetto. Giunta che sia la notte, potra` facilmente trovare uno scampo". E l'uomo onesto condusse lui stesso Cencio nella recondita parte dello studio, non sospettando di certo ch'egli albergava un traditore. Non passo` molto che una frotta di sgherri sfilando lunghesso la via si fermava davanti lo studio e vi penetrava chiedendo al proprietario il permesso di farvi una visita domiciliare per ordine superiore. Non e` difficile trovare il nascondiglio di uno che vuol essere scoperto. Poi il capo degli sgherri gia` d'intelligenza con Cencio lo avea da lontano veduto entrare ed era certo di non dover frugare invano. Povero Manlio! poco sospettoso, come lo e` generalmente la gente onesta, cercava di persuadere il briccone che nulla o nessuno si trovava nel suo studio che potesse dar sospetto alla polizia e procurava frattanto di guidare i cercatori in parti diverse da quella del nascondiglio di Cencio. Ma il malandrino per abbreviare l'indagine che lo annoiava tiro` per le falde dell'abito il capo-birro, mentre gli passava daccanto e questo con un piglio vittorioso afferrando il complice per il collo: "Oh! Oh! voi renderete conto al Governo di Sua Santita` del ricovero dati ai nemici dello Stato" disse, pavoneggiandosi il galeotto. E aggiunse "seguirete immediatamente in carcere il colpevole che avete voluto albergare". Manlio poco avvezzo al contatto di quella canaglia era rimasto sbalordito. Ma alle minaccie del furfante senti` il sangue ribollirgli nelle vene e lo sguardo gli corse tosto ai ferri che adornavano lo studio. Eran scalpelli, martelli, mazze e Manlio stava li` li` per impugnare un pie' di porco massiccio e fracassare con quello il cranio dell'insolente, quando apparve scendendo dalle scale Clelia preceduta dalla madre. La vista di quelle care creature fiacco` lo sdegno dell'artista. Esse avevano dal balcone vista entrare quella insolita visita e non vedendola partire ed avendo sentito qualche cosa d'imperioso nella voce del birro, tementi e curiose discesero nello studio. Era il crepuscolo della sera e siccome nel piano generale dell'arresto di Manlio era stabilito non lo si avesse a condurre in prigione di giorno, per paura di qualche riscossa dai Transteverini che amavano e rispettavano il nostro amico, cosi` calcolo` il capo-birro che a lui conveniva differire la traduzione dei prigionieri: onde col piglio simulatore della volpe. "Via dunque", rivolto a Manlio gli disse: "tranquillate le vostre donne, la cosa finira` in niente. Voi verrete a rispondere ad alcune interrogazioni e questa sera stessa, io lo spero, potrete tornare a casa vostra". Vane furono le rimostranze delle donne, e Manlio sdegnando di supplicare il birro, incamminossi di li` a poco colla tristissima compagnia. CAPITOLO VII IL LEGATO Il fenomeno della insaziabile tendenza pretina al solo godimento dei beni materiali e` cosa a tutti nota, mentre pur tutti sanno egualmente che per il resto del mondo, cioe` per chi non e` prete, essi predicano e millantano i beni spirituali d'una vita avvenire _colla gloria del paradiso!_ Osservate bene e ben ponderate quella gloria dei preti: "_Gloria del Paradiso! Maggior gloria di Dio!_". Udite sacrilegio da impurissima bocca: _Gloria a Dio!_ Come se l'Onnipossente, l'Eterno, l'Infinito potesse essere illustrato, glorificato da quella razza di vermi! Agli stolti l'ignoranza e la miseria, per la maggior gloria di Dio; ai preti la crapula, ricchezze e lussuria, sempre per la maggiore gloria di Dio! Oggi non piu` ma in passato, i preti, a forza d'imposture e per l'ignoranza delle genti accumularono sterminate ricchezze. Esempio ne sia la Sicilia ove la meta` dell'isola apparteneva ai preti e frati d'ogni specie. E due erano le principali sorgenti delle ricchezze loro. La prima proveniva dalle donazioni dei grandi, i quali dopo aver trascinata un'esistenza di delitti credevano, cedendo al clero una parte dei loro furti, rendere legittimo il possesso dell'altra e sottrarsi al castigo di Dio. La seconda sorgente di ricchezze i preti la derivavano al capezzale degl'infermi ove padroni dei loro ultimi istanti, colle paure dell'Inferno e del Purgatorio da loro suscitate, carpivano legati e bene spesso l'intere eredita` dai morenti a pregiudizio dei figli che riduceano senza pieta` alla miseria. Correva il dicembre del 1849. La Repubblica Romana, sorta dai voti unanimi dei rappresentanti legittimi del popolo, era stata sepolta da alcuni mesi dalle bajonette straniere. I preti ripigliata l'antica possanza dovevano riempire le prebende un po' smunte da quegli eretici di repubblicani ed il conforto, la cura, il sollievo delle anime dovevano ancora provvedere al conforto, alla pienezza, alla libidine di quei corpi beati! Erano di poco trascorse le nove e fittissima era calata la notte sulla piazza quasi deserta della Rotonda. Sapete voi cos'e` la Rotonda? Quella chiesuola ove ogni mattina poche donnicciuole vanno a far corona ad un pretuncolo per la maggior gloria di Dio? Ebbene la Rotonda e` il Pantheon dell'antica Roma! Un tempio che conta duemila e piu` anni, e direste eretto appena ieri tanto la sua conservazione e` perfetta, tanto la sua architettura e` sublime. Ogni colonna del suo peristilio sarebbe pagata a peso d'oro dall'antiquario straniero ed il gigante della scoltura Michelangelo, cui questa _Rotonda_ bastava a turbare i sonni, non fu tranquillo se non dopo di avere innalzato nello spazio quel tempio di tutti i dei e postolo come cupola sul colosso monumentale dell'universo(12). (12) Il Tempio di` S. Pietro. Ma il prete ne ha fatto la _Rotonda_, come del Foro Romano, ove s'adunavano i padroni del mondo per discuterne le sorti, ne fece un _Campo Vaccino!_ Erano dunque le nove d'una notte oscura di dicembre ed a traverso la piazza della Rotonda si vedeva scivolare qualche cosa di nero che t'avrebbe posti i brividi nelle ossa, fossi tu stato uno dei coraggiosi militi di Calatafimi. Era ribrezzo o paura il sentimento svegliato dall'apparizione di quel fantasma? Non lo saprei spiegare ma credo fosse l'uno e l'altra ed erano giustificati entrambi, poiche' sotto la nera sottana che ti scivolava davanti, batteva il cuore d'un demonio, anelante al compimento di tale delitto, che solo l'anima d'un prete puo` ideare ed eseguire. Giunto al portone di casa Pompeo, situata in un lato della piazza, il prete dava mano al battente, lo lasciava cadere leggero, quindi tiravasi un po' indietro, ricercando collo sguardo la fitta tenebria, timoroso ch'alcuno non lo scorgesse mentre era intento a compiere la scena scellerata, ch'egli doveva aggiungere ai lugubri drammi della sua vita d'infamie. Ma chi si curava del perpetratore d'un delitto ove dominavano il mercenario straniero ed il prete! Dove in una popolazione immensa, il poco di buono che c'era, stava imprigionato, proscritto, o ridotto alla miseria? Il portone della nobile casa venne schiuso. Il portiere riconosciuto il reverendo padre Ignazio, con un strisciante inchino lo saluto`, baciogli la mano e gli fece lume accompagnandolo fino ai primi gradini della scala piu` per cerimonia che per bisogno essendo gia` ben rischiarato dalla lampada l'ampio scalone d'una casa delle piu` opulente di Roma. "Ov'e` Flavia?" chiese il chiercuto al primo servo che gli capito` davanti, e Siccio, che tale era il nome del servo, proprio Romano davvero e poco simpatico all'uccello di cattivo augurio: "Al capezzale della morente" rispose, e volto` le spalle. Ignazio con passo frettoloso, siccome ben pratico della casa, s'incammino` verso una stanza da letto che chiudeva una serie di salotti e di stanze ricchissime. Giunto alla porta faceva udire (sommesso pero`) certo grugnito che avea del bestiale, ma ben inteso e capito egualmente, poiche' in un attimo, lo schifoso ceffo d'una vecchia suora comparve sull'uscio, schiuse, introdusse premurosamente il prete e scambio` con lui uno di quegli sguardi che avrebbero agghiacciato il sole, se fossero stati ricambiati al suo cospetto. "E` fatto?". "E` fatto!" era la risposta della donna, ed entrambi s'incamminarono verso il giaciglio della morente. Don Ignazio trasse di sotto alla gonnella una boccetta, ne vuoto` il contenuto in un bicchiere ed aiutato dalla suora, sollevo` il capo della moribonda che apri` macchinalmente la bocca e bevette fidente od inconscia tutta la pozione. Un sogghigno di soddisfazione infernale volava dall'uno all'altro viso dei due scellerati. Abbandonarono sui cuscini il capo gia` insensibile della vecchia infelice, si ritirarono quindi tranquillamente a sedere in un angolo della stanza. Quivi Flavia passava nelle mani del prete un foglio; questi, senza leggerne il contenuto, che ben conosceva, volava coll'occhio alla firma, la fissava per qualche momento, poi ripiegando lo scritto, lo intascava con mano convulsa, senza aggiungere altro che un "Sta bene! Voi avrete la vostra ricompensa!". Era quel foglio il testamento della signora Virginia, madre di Emilio Pompeo, morto sulle mura di Roma, da piombo napoleonico. La moglie di Enrico dopo averlo assistito nella lunga agonia, vinta dal dolore, alla sua volta soccombette lasciando un bimbo di due anni, unica prole orbata dei genitori, cui rimaneva soltanto l'appoggio della vecchia ava. Virginia amava ancora il suo Muzio, unico rampollo dell'antichissima stirpe dei Pompei, con affetto vivissimo, e certo non avrebbe mancato di lasciarlo in possesso della vasta eredita` di famiglia: ma che volete? come tante donne ignorava che sotto la nera sottana batte l'anima dell'inferno. Don Ignazio con quella ipocrisia e sottigliezza che paiono privilegio della casta pretina, Don Ignazio confessore della vecchia, a forza di giri e rigiri era pervenuto ad ottenere che sul suo testamento s'introducesse un legato a suffragio delle anime del Purgatorio, ma se questo accontentava le anime del Purgatorio, non rendeva pago lo scellerato, il quale agognava all'intera proprieta` della casa Pompeo. Ammalatasi la vecchia Virginia, Ignazio le fece accettare Flavia per infermiera e col suo mezzo, e assiduamente vigilandola senza quasi permettere ch'altri l'avvicinasse, quando il corpo e la mente dell'infelice per l'aggravarsi del male s'andarono indebolendo, il ribaldo non trovo` difficolta` a sostituire al testamento che portava il legato un nuovo testamento che lasciava per intero l'eredita` Pompea alla corporazione di S. Francesco di Paola, creando per giunta don Ignazio stesso esecutore testamentario. Non mancavano i testimoni _idonei_ e la bigotta sottoscrisse la miseria e lo spoglio dell'infelice bambino per impinguare la crapula di quei figli della maledizione. Intanto Muzio, diseredato, dormiva placidamente nella sua cameretta ancora adorna dalla mano materna in un magnifico letticino. Orfano infelice! che il domani doveva svegliarsi mendico. CAPITOLO VIII IL MENDICO Diciott'anni sono trascorsi da quella sera fatale in cui un prete nero nero come la befana avea traversato la piazza della Rotonda per commettere il nefando delitto che abbiamo narrato e noi ritornando sulla stessa piazza vediamo appoggiato ad una delle colonne del Panteon un mendico avvolto nel solito mantello foggiato a toga. Non era questa volta una notte oscura di dicembre. Era un tramonto procelloso di febbraio. Il mendico teneva avvolto intorno alla persona lo sdruscito mantello tanto da nascondere anche la parte inferiore del viso ma alle scarse sembianze che rimanevano svelate scoprivasi una di quelle fisonomie che vedute una volta ti restano impresse per tutta la vita. Un naso Romano divideva due occhi azzurri che avrebbero abbarbagliato un leone: benche' coperte il contorno delle spalle era mirabile e mostravano di appartenere a tale che non sarebbe stato facile insultare impunemente. L'attitudine, il contegno della persona apparivano imponenti, e lo scultore spesso dovette aver ricorso a quel mendico quando volle inspirarsi ad un atteggiamento eroico(13). (13) Il modello e la modella sono professioni apprezzate in Roma, terra classica di pitture e sculture. Un piccolo tocco sulla spalla scosse il mendico dalla sua immobilita` contemplativa. Si volse e con piglio famigliare disse al sopravvenuto: "Sei qui fratello!" e sembrava veramente un fratello di Muzio quegli a cui egli dava quel nome. Egli era Attilio, l'amico nostro, il quale alle parole di Muzio soggiunse: "Sei tu armato?". "Armato?" rispose alquanto sdegnoso il mendico. "Il mio ferro, tu lo sai, fu il mio solo retaggio, tutto il mio patrimonio! vuoi tu ch'io l'abbandoni, io che l'amo quanto tu poi amare la tua Clelia ed io... la mia?". Poi, levando in alto gli occhi dopo un istante di pausa con amaro piglio continuava: "Ma e che giova l'amore ad un mendico, ad un reietto della societa` umana? Chi credera` che palpiti qualche cosa sotto un petto coperto di cenci?". "Eppure," soggiungeva Attilio, rispondendo alla digressione del mendico, "quella bella straniera, sono sicuro che ti ama, quanto e` capace di amare una donna". Muzio tacque e d'improvviso annuvolossi, il che Attilio scorgendo e dubitando si sollevasse qualche tempesta nell'animo contristato dell'amico lo prese dolcemente per mano e gli disse: "Vieni" e Muzio lo segui` senza proferire parola. Intanto la notte scendendo, copriva col nero suo manto la citta` eterna. Per le vie silenziose, i passanti s'eran fatti piu` radi, l'ombre dei palagi e dei monumenti si confondevano colle tenebre e solo alcune pattuglie di stranieri rompevano il silenzio della notte col loro passo misurato e pesante. Preti a quell'ora se ne incontravano pochi. Non s'incomodano, ne' si fidano: la tepida sala e` preferibile alla squallida via, poi nella notte sono poco sicure le strade di Roma ed i preti, meno di chicchessia, amano di mettere la preziosa loro pelle in pericolo. "La finiremo un giorno con questi mercenari che la fan da birri ai preti" diceva il mendico tornato in calma al suo compagno. "Oh si`! la finiremo, e presto" rispondeva Attilio. Cosi` discorrendo ascendevano il Quirinale, oggidi` Monte Cavallo, per le due famose statue equestri, capo-lavoro dell'arte greca che sulla piazza si ammirano. Giunti a pie' dei colossi si fermarono entrambi. Attilio tolto di tasca un acciarino ne trasse delle scintille; all'estremita` della piazza lo stesso segnale si ripete`, e allora i due amici si avanzarono. Prima di giungere all'ultimo limite della piazza un militare del picchetto di guardia al palazzo facevasi innanzi, stringeva la mano ad Attilio e conduceva i due verso una porticina laterale al portone d'entrata. Entrarono. Passato un angusto corridoio salirono una scaletta e si trovarono in una stanza apparentemente lasciata a disposizione del comandante la guardia. Tutti gli arredi della stanza consistevano in un desco ed alcune sedie; sul desco varie bottiglie, parecchi bicchieri ed un lumicino ad olio. Quivi, dopo aver fatto sedere gli ospiti, ed essersi lui pure seduto, il militare ruppe il silenzio dicendo: "Beviamo un bicchiere d'Orvieto, compagni, che val piu` d'una benedizione del Santo Padre, in questa notte d'inverno", e presentava cosi` dicendo un calice del benefico liquore ai due amici. "L'han dunque condotto qui Manlio?" chiese Attilio appena libato il primo sorso. "Qui, siccome ti ho avvertito", riprese Dentato il sergente dei dragoni; "fu la scorsa notte verso le undici, e lo hanno rinchiuso in una segreta come fosse un gran delinquente. Dicono pero` che presto lo trasporteranno in castel S. Angelo, essendo queste prigioni soltanto di transito". "E si sa per ordine di chi sia stato arrestato?" riprese Attilio. "Eh! per ordine del favorito, del cardinale ministro; si dice e si aggiunge," continuo` il militare, "che Sua Eminenza voglia stendere la mano potente non solo sul padre, ma anche sulla figlia, la perla di Trastevere". Un movimento convulsivo di rabbia agito` Attilio alle ultime parole del sergente e: "A che ora tenteremo di liberarlo?" chiese con visibile impazienza. "Liberarlo! ma siamo in pochi per riuscire davvero", rispose Dentato. "Fra un'ora sara` qui Silvio con dieci dei nostri; con tal rinforzo saremo sufficienti ad assalire tutta quella caterva di birri e di preti", soggiunse Attilio con accento d'uomo convinto. Un istante di silenzio successe a queste ultime parole. Allora Dentato: "Poiche' hai deciso di tentare questa notte, dovremo aspettare almeno sino alle dodici. Allora direttori e custodi saranno in potere di Bacco e forse gia` addormentati. Il mio tenente poi ha trovata certa Lucrezia nelle vicinanze, la quale bastera` per tenercelo discosto fin presso al mattino". Le parole di Dentato furono tronche dall'entrare del dragone lasciato di guardia alla porta, il quale annunzio l'arrivo di Silvio co' suoi. CAPITOLO IX LA LIBERAZIONE Una delle cose ch'io notai come straordinaria in Roma fu il contegno e la bravura del soldato Romano. Quei soldati propriamente che si chiamano _soldati del Papa_ e servono il piu` schifoso dei governi hanno conservato certo robusto piglio marziale e tanto valore individuale da far stupire davvero. Alla difesa di Roma ho veduto gli artiglieri Romani combattere con tale coraggio da andarne superbo, ed ho pure veduto i pochi dragoni, allora esistenti, condursi valorosissimamente. Nelle frequenti risse tra soldati romani e stranieri dopo caduta la citta` non v'e` forse esempio di Romani sopraffatti, anche se gli avversari prevalevan di numero. I preti lo sanno, e sanno pure che il coraggio disdegna essere guidato dalla vilta` e sono certi che in caso d'insurrezione i soldati romani saranno col popolo; di qua il bisogno di mercenari, di qua le implorate invasioni straniere tutte le volte che il popolo accenna di avere perduta la pazienza. Silvio fu accolto dalla brigata con amorevolezza. Anch'egli era uno di coloro che portavan nell'anima l'impronta del romano antico e su cui il compagno poteva fidare come sul proprio ferro. "I nostri sono al loro posto. Li ho rimpiattati", disse Silvio, "tra le gambe dei cavalli di granito. Saranno pronti al primo cenno". "Bene" rispose Attilio. Poi impaziente di farla finita, rivoltosi a Dentato: "il mio piano" soggiunse, "e` questo: io andro` dal custode delle carceri con Muzio per le chiavi e tu guida Silvio co' suoi dieci per assicurarti dei birri collocati alla porta delle prigioni". "E cosi` sia" rispose Dentato; "Scipio (il dragone che annunzio` Silvio) ti condurra` dal custode. Ma bada ch'hai a fare con un demonio. Quel signor Pancaldo e` capace di metter le manette al Padre Eterno ed una volta che lo tiene non lo lascia andare nemmeno per la gloria del Paradiso. Bada ai fatti tuoi!". "Lasciami fare" replico` Attilio, e senza perdere piu` tempo incamminossi con Muzio sui passi di Scipio che li precedeva. Un'impresa di questo genere non presenta in Roma le difficolta` che presenterebbe in altro Stato ove il Governo e` piu` rispettato ed i suoi agenti meno avviliti, ma qui ove il soldato non s'inspira all'amore di patria, al decoro nazionale, all'onore della bandiera, ma sa di servire un governo d'impostori, disprezzato e maledetto da tutti, qui, dico, tutto e` possibile ed il giorno in cui lo straniero porra` davvero il piede fuori di Roma, quello stesso giorno il governo delle sottane sfumera` davanti al disprezzo dei cittadini e dei soldati romani. Dentato condusse la brigata di Silvio verso il picchetto de' birri stanziati alla porta del carcere e cio` non era difficile essendo lui sergente di guardia ed avendo i dragoni la custodia esterna del palazzo. Era inteso che egli non doveva svelarsi, potendo giovare di piu` se l'affare si fosse andato ingrossando. Silvio, avendo dal difuori adocchiato la sentinella, attese che nel suo uniforme va e vieni gli avesse rivolte le spalle e allora colla destrezza ed agilita` con cui si avventava sul cignale della foresta le fu sopra in un baleno, colla sinistra l'agguanto` al collo, colla destra le tolse il fucile ed assestandole un colpo di ginocchio nel fianco la rovescio` supina sul pavimento. I suoi compagni che l'avean seguito da vicino prima che il rumore delle grida e della caduta potesse sollevare in armi il picchetto gli furon sopra e con garbo ma senza cerimonie, mentre i birri fregavansi gli occhi, te li pigliarono tutti e incominciarono a legarli. CAPITOLO X L'ORFANA Quando Silvio colla disperazione nell'anima ebbe raccolto la povera Camilla nel Colosseo e la condusse verso la casa di Marcello non una parola fu articolata dai due durante il viaggio. Silvio aveva un cuore d'angelo. Egli sapeva che la societa` tollera ogni specie d'impudicizia, colla sola condizione che le apparenze si salvino; ma che si mostra inesorabile contro l'errore di una fanciulla sia essa stata la vittima dell'insidia o della violenza. Egli sapeva che merce' questo pregiudizio passeggia a fronte alta il delitto, e vilipesa e` l'innocenza tradita. In cuor suo protestava contro questa evidente ingiustizia. Egli che aveva tanto amato la sua Camilla e che la ritrovava ora si` infelice, poteva egli non impietosirsi alla sua sorte? Oh! anche in questa terribile notte egli avrebbe difeso la povera fanciulla contro un esercito! Pieno di questi sensi gentili ei la sorreggeva poiche' la sentiva stanca e lei si contentava di quando in quando di alzare uno sguardo timidamente supplichevole verso il suo protettore. Cosi` camminavano verso la casa paterna che Silvio non aveva piu` riveduta dacche' era stata deserta da Camilla, e camminavano silenziosi. Un terribile presentimento invadea l'anima d'entrambi e l'ombra della notte copriva su quelle interessanti fisonomie un aspetto di mestizia, di disperazione, di dolore che s'andavano a seconda dei loro pensieri alternando. Alla casa di Marcello giungevasi per un viottolo perpendicolare alla strada maestra, dalla quale distava circa un cinquecento passi. Entrati che furono nel viottolo (e gia` cominciava ad albeggiare) l'abbaiare d'un cane scosse Camilla dal suo letargo e sembro` infonderle nuova vita. E` Fido! "Fido!" essa esclamo` con una ilarita` che da molti mesi erale sconosciuta, ma al tempo istesso come le avesse balenato un lampo nella mente, le si allaccio` l'abbiettezza della sua presente condizione, si stacco` dal braccio di Silvio, Io guardo` e rimase sbalordita ed immobile come fosse una statua. Silvio s'avvide di tutto--come leggesse nell'animo di lei e temendo di qualche ritorno alla pazzia s'avvicino` amorevolmente, e: "vieni Camilla" le disse "e` il tuo Fido che ti ha udita, e ti ha forse riconosciuta". E non aveva infatti terminate ancora quelle parole quando il bracco apparve e indeciso prima, poi con una corsa furiosa si slancio` sulla sua padrona e saltellando, lambendo, urlando presento` una scena che avrebbe intenerito un animo di bronzo. Camilla inchinatasi automaticamente per corrispondere alle carezze dell'amoroso animale proruppe in un pianto dirottissimo. La fatica e l'emozione avevano affranto quella buona ed infelice creatura. Adagiata sul terreno pareva incapace di rialzarsi; onde Silvio la copri` col suo mantello per preservarla dal freddo mattutino ed egli frattanto si avanzo` in esplorazione. L'abbaiare di Fido doveva avere svegliato chi si fosse trovato nella casa e veramente, appena Silvio vi fu giunto, scorse un giovinetto di circa dodici anni sulla soglia e conosciutolo lo chiamo` per nome: "Marcellino!". Il giovinetto che sulle prime erasi insospettito di una visita si` mattutina, quando riconobbe la voce amica corse incontro a Silvio e teneramente gli si avvinghio` al collo. "Ov'e` tuo padrino?" chiese il cacciatore, dopo ricambiate le amorevoli accoglienze del fanciullo. Ma questi rimase muto. "Ov'e` Marcello?" ripeteva l'altro ancora. Singhiozzando dolorosamente il giovinetto mormorava "Morto!". Silvio commosso alla scoperta di tante sventure si lascio` cadere su di un gradino della soglia senza poter articolare parola e lui pure come la Camilla senti` bagnarsi il volto dalle lagrime. "Oh! Dio giusto!" sclamava Silvio lagrimoso, "come puoi tu permettere che per contentare le disoneste voglie di un mostro tante e si` buone creature siano ridotte all'abbiezione ed alla morte! "Se l'ora della vendetta non fosse vicina e se la speranza di presto immergere questo pugnale nel cuore dell'assassino non mi trattenesse, mi frugherei con esso le viscere per non vedere piu` oltre un solo giorno di umiliazione e di sciagura della povera patria mia!". Intanto l'infelice Camilla all'alito soave dell'aria nativa, spossata com'era dalla fatica della mente e del corpo, dallo stupore e dal letargo, era passata ad un sonno provvidenziale e riparatore. Quando Silvio e Marcellino giunsero accanto a lei s'accorsero che dormiva, onde Silvio vieto` la si destasse, dicendo: "A che svegliarla alla sventura! Essa avra` tempo abbastanza per piangere e trascinare una vita di dolore e di pentimento". CAPITOLO XI IL RICOVERO Noi vedemmo Attilio, Silvio e Manlio, dopo che quest'ultimo fu liberato, incamminarsi per la campagna e dirigersi per l'appunto verso la dimora di Marcello, ora occupata da Camilla e dal giovine Marcellino. Essi camminavano silenziosi, ciascuno sotto la grave soma de' suoi pensieri. Manlio contento d'esser libero, comunque fosse, (poiche' e` preferibile essere morti al trovarsi nelle prigioni dei preti sotto l'imputazione di delitto politico), volava col pensiero verso la sua Silvia e la sua Clelia che erano l'Eden della sua esistenza. Silvio, il quale aveva proposto la casa di Marcello come primo ricovero per Manlio, pensava alla necessita` di trovarne un altro piu` recondito e piu` sicuro, forse anche alle macchie Pontine in quella stagione non pericolose; Attilio riandava nella sua mente la visita di Gianni a Manlio, il suo ritorno in casa Procopio, le parole di Dentato sulla vociferata ragione dell'arresto del suo amico ordinato dallo stesso Cardinale e ravvicinando i fatti e combinando le osservazioni sentivasi costretto a concludere che veramente una trama fosse stata ordita dal Cardinale contro l'amata sua Clelia. Dopo avere alquanto esitato decise di far parte de' suoi sospetti a Manlio e tutto per filo e per segno gli racconto`. Manlio senti` pur troppo di dover convenire nelle opinioni di Attilio e turbato da quel sospetto, disse: "Ma per Dio! io non voglio allontanarmi dalla mia famiglia quando essa puo` trovarsi in pericolo di ricevere insulti da quella canaglia!". Attilio lo tranquillo` dicendogli: "Subito giunti in casa Marcello, io stesso passero` da casa vostra, avvisero` le donne d'ogni cosa e vi assicuro che prima d'essere insultati, Roma vedra` delle novita`!". Attilio benche' giovane erasi acquistata la simpatia e il rispetto di tutti, anche degli uomini maturi i quali si acconciavano facilmente ai suoi consigli, laonde Manlio che lo amava come figlio piego` senza molta resistenza al parere di lui. L'alba cominciava a rischiarare il cielo, quando giunsero al viottolo che faceva capo alla casa Marcello. Fido si fece innanzi, minaccioso prima, poi lieto alla vista di Silvio e quando furono sul limitare dell'uscio apparve pure Marcellino a cui Silvio chiese dove fosse Camilla. "Camilla!" rispose il giovane "se venite meco v'indichero` dove si trova". E guidandoli verso un'eminenza ove Io seguirono tutti, Marcellino addito` loro un non lontano santuario, accanto al quale scorgevasi il recinto d'un Cimitero e disse: "La` all'alba ed al tramonto, voi potrete trovare Camilla e la` essa si trova ora". Silvio senza far motto ai compagni i quali continuavano a seguirlo, s'avviava al luogo indicato, ove Camilla, vestita a lutto, stava inginocchiata accanto ad un modesto tumulo di terra smossa di recente, cosi` assorta che non si accorse dell'avvicinarsi di gente. Silvio la contemplava impietosito, e non osava disturbarla, sicche' quando parve che la poverella avesse terminata la sua preghiera fu udita esclamare: "Ah! fui io sola la causa della morte del mio povero padre!". Cio` dicendo si levo` e scorse Silvio ed i compagni alla qual vista non si turbo` ne' alterossi ma sorrise d'un sorriso angelico al suo antico amante e s'avvio` verso la casa insieme alla comitiva. La pazzia di Camilla avea cessato d'essere furiosa. Dal momento in cui condotta da Silvio ritorno` all'alloggio paterno s'era cambiata in una monomania melanconica che le lasciava le apparenze di una perfetta tranquillita`. Ma il male quantunque mutato durava tuttora e la poverina non avea ricuperata la sua ragione. "Ove ti domandassero chi e` il signore che oggi viene ad abitare con voi, tu dirai ch'e` un antiquario che studia le ruine della campagna Romana". Questa era l'ammonizione che Silvio credette prudente di fare a Marcellino nel caso in cui Manlio dovesse rimanere alcuni giorni con loro. Attilio dopo breve consulta con Manlio e Silvio sul piano ulteriore della fuga, lascio` subito quella casa e s'avvio` solo verso Roma dove lo chiamava il suo cuore e l'adempimento della promessa che aveva fatta a Manlio. CAPITOLO XII LA SUPPLICA Eran passati due giorni dall'arresto di Manlio e ancora non se ne sapevano notizie. Le donne sue erano alla disperazione. "E che sara` del tuo buon padre?" diceva Silvia piangendo alla figlia. "Egli non s'e` mischiato mai in affari compromettenti, che era liberale si` e odiava i preti com'essi meritano d'esserlo, ma non esprimeva le sue opinioni che con noi e coi nostri intimi; come ha potuto destare sospetti nella polizia?". Clelia non piangeva ed il suo dolore per la disparizione del padre, piu` concentrato, era piu` forte di quello della madre. Anzi trovava la forza di confortarla e: "Non piangete" le diceva, "il pianto a nulla rimedia. Bisogna sapere ove hanno condotto mio padre e, come dice monna Aurelia, cercare di liberarlo ricorrendo ove sia di mestieri(14). Poi Attilio e` in cerca di lui e certo, egli non posera` finche' non sappia che cosa ne sia avvenuto". (14) Se e come sia necessario (N.d.C.) Le due donne cosi` ragionando cercavano di confortarsi, quando il battente della porta annunzio` una visita. Clelia corse ad aprire ed introdusse monna Aurelia, una buona vicina ed amica della famiglia. "Buon giorno monna Silvia". "Buon giorno", rispondeva l'addolorata asciugandosi gli occhi col fazzoletto. "Ecco qui" diceva Aurelia, "il nostro amico Cassio, cui ho parlato dell'affare, ha scritta questa supplica in carta bollata per chiedere al Cardinale-Ministro la liberazione di Manlio. Egli mi disse che voi dovete sottoscriverla e per maggiore sicurezza presentarla voi stessa all'Eminenza". Silvia impicciata per la prima volta in queste faccende ripugnava d'andarsi a gettare ai piedi d'uno di quei demoni ch'essa aveva imparato ad odiare sino dall'infanzia. Ma come si fa? Trattavasi di uno sposo adorato, imprigionato, forse alla tortura. E quest'idea metteva un raccapriccio di morte in cuore alla povera donna. Poi Aurelia consigliava ci andassero tutte due ed offrivasi di accompagnare le amiche al Palazzo Corsini; "Andremo dunque" diceva Silvia finalmente risoluta. In mezz'ora eran le donne pronte, ed incamminate verso l'eccelsa dimora del delitto. Eran le nove del mattino quando S. Eminenza il cardinale Procopio, ministro di Stato, fu avvisato dal Questore del Quirinale della fuga di Manlio e del modo violento con cui era stato sottratto. La furia del prelato fu somma. Immediatamente ordino` si arrestassero quanti birbanti attendevano alla custodia del Quirinale e delle sue prigioni e direttori, custodi, ufficiali di guardia, dragoni, birri, tutto quanto si trovava nel palazzo era posto in arresto per ordine perentorio dello sdegnato ministro. Poi, dopo aver provveduto a questo primo sfogo, fece chiamare Gianni alla sua presenza. "E come diavolo" grido` apostrofando il Gianni appena fu entrato "non hanno rinchiuso quel maledetto scultore in Castel S. Angelo ove egli sarebbe stato al sicuro? Perche' l'hanno condotto al Quirinale ove quella canaglia di custodi se l'hanno lasciato fuggire?". "Eminenza!" rispondeva Gianni "quando si tratta di qualche affare importante come questo, l'E. V. lo affidi a me e non a quella ciurmaglia di birri, che V. E. sa cosa sono e quanto valgono. Robaccia vile" aggiungeva il Gianni coll'onesto intento di sollevare se' stesso deprimendo altrui "gentaglia che si lascia egualmente impaurire e corrompere...". "Cosa mi vieni questa mattina ad annoiare co' tuoi sermoni, ribaldo!" interruppe l'Eminenza "come se io avessi bisogno de' consigli tuoi! Tuo dovere e` di servirmi sempre senza far parole. Fruga ora nella tua testa di rapa per cercar modo di condurmi qui quella ragazza, se no, per Dio, i sotterranei del palazzo udranno risuonare presto lo schifoso tuo falsetto sotto la stretta della corda o il pizzicare della tenaglia". Sapeva ognuno, e quant'altri sapevalo Gianni, che queste non erano vane minaccie e se il mondo crede l'era della tortura finita, in quel pandemonio della Citta` santa essa esiste in tutta la sua pienezza. E Gianni sapeva che i sotterranei delle chiese, de' conventi, dei palazzi e le catacombe nascondono delitti e patimenti tali da far inorridire gli assassini medesimi. A capo chino, il miserabile eunuco (tale egli era, giacche' simili ai Turchi quei perversi non confidano le loro donne che a castrati, mutilati dall'infanzia, col pretesto di farne dei cantanti) aspettava la sua sentenza senza fiatare. "Alza quegli occhi di volpe" disse vedendolo intontito il porporato "e guardami in faccia". E quegli tremante fissava gli occhi sul volto infiammato del suo padrone. "Non saresti dunque capace, birbante, dopo avermi fatto spendere tanto denaro, sotto un pretesto o l'altro di portarmi qui la Clelia?". "Si` signore" era la risposta di quel manigoldo il quale voleva uscire prima di tutto dalla vista del cardinale e pel resto si affidava alla sua buona stella. In quel momento, con gran soddisfazione di Gianni che intravide una nuova occasione per essere licenziato, il campanello annunziava una visita ed un servitore in livrea fattosi avanti: "Eminenza!--diceva--tre donne, con una supplica chiedono di potersi presentare all'E. V." "Entrino" fu la risposta di Procopio, ma a Gianni non fece motto. CAPITOLO XIII LA BELLA STRANIERA Noi gia` dicemo che Roma e` la terra classica delle belle arti. La` sono ammonticchiate le ruine del mondo antico coi loro templi, colonne, obelischi, statue, avanzi dell'arte Greca e Romana, capolavori dei Prassiteli, dei Fidia, dei Raffaelli, dei Michelangeli! La` sorgono ad ogni passo fontane, ove nuotano colossi marini, ruine le cui macerie vedute da lontano sembrano montagne all'attonito viaggiatore, colonne di venti secoli lanciate nelle nubi, ove sul bronzo sono scolpite le mille battaglie del popolo gigante; infine meraviglie d'ogni specie che il ricco straniero visita con ammirazione e copia per portare nelle sue terre, ai suoi amici, un simulacro della maggiore delle grandezze umane. I preti hanno tentato deturpare quell'opera stupenda di venticinque secoli con delle mitre e delle Vie Crucis(15) ma non ci riuscirono. Il bello, il grande, il sublime ancor piu` sublime comparisce in mezzo alle loro miserie! (15) Si puo` vedere una Via Crucis nel Colosseo e pieno di mitre, l'augusto tempio di Michelangelo. Giulia, la bellissima figlia d'Albione, abitava Roma da piu` anni. Progenie di popolo libero, disprezzava tutto quanto apparteneva alla famiglia dei chiercuti. Ma Roma! La Roma del genio e delle leggende, la patria dei Fabi e dei Cincinnati, l'emporio delle meraviglie umane, era per Giulia un incantesimo. Conosceva ogni cosa bella di Roma. Aveva impiegato ogni giorno, ogni minuto a visitarla. Esimia cultrice delle belle arti sapeva apprezzare i capolavori e il suo compito quotidiano era copiarli. Fra i grandi maestri essa s'era fatta un idolo del Buonarroti e seguiva la sua scuola mista d'ogni studio artistico e gentile. Davanti alla stupenda colossale figura del Mose`(16) passava ore intere in contemplazione. La impronta di grandezza su quella fronte e l'atteggiamento maestoso le sembravano inimitabili e sovrumani. (16) Il Mose` di Michelangelo Buonarroti nella chiesa di S. Pietro in Vincoli. In Roma ella avea scelto il suo domicilio, in Roma avea trovato il pascolo necessario al sommo suo genio, all'immenso amor suo del bello. In Roma avea deciso di vivere e morire, perche' non avrebbe potuto strapparsi per un giorno solo a tutti quegli oggetti della sua idolatria. Giovane, ricca, nata e cresciuta nella bella e lieta Inghilterra, come poteva Giulia separarsene per sempre e per sempre abbandonare amici e congiunti che tanto l'amavano? Che volete! Essa aveva trovato il suo Eden tra le macerie e sotto la toga cenciosa del nostro mendico aveva scoperto colla sua immaginazione esaltata il tipo della fiera razza degli antichi Quiriti. Nello studio di Manlio ov'ella si recava sovente, s'era incontrata con Muzio, il quale posava davanti alla creta del maestro. Che importava a Giulia la bassa condizione di lui! Non v'era forse su quella fronte l'impronta che cerchereste per eleggervi un capo, un protettore, un amico? In quel portamento v'era tutta la maesta` ch'essa tanto ammirava nel suo idolo di marmo. Infine, mendico o non mendico, Giulia amo` Muzio dal primo istante in cui lo vide. Era povero? E che importava a Giulia? Se la poverta` e` un marchio d'infamia per il volgo del tanto per cento, cosi` non e` per il genio. Ma infine i ricchi sono essi la miglior pasta dell'umana famiglia? Dalla stessa storia del nostro povero Muzio sembrerebbe di no. E Muzio amava Giulia? Muzio avrebbe dato l'universo per essa, ma giammai egli avrebbe ardito di manifestarle l'affetto suo. Una sera due soldati stranieri avvinazzati assalirono la nostra gentile inglese nella Lungara quando soletta tornavasene dallo studio di Manlio ed a forza volevano trascinarla con loro. Quello fu il piu` bel momento della vita di Muzio che aveva seguito da lontano la bella straniera; egli feri` ed atterro` l'uno: l'altro si diede alla fuga. Da quella sera il suo pugnale gli era diventato sacro e Giulia da quella sera non fu piu` insultata per la via. Il giorno stesso nel quale le donne di Manlio avevano stabilito di recarsi al palazzo Corsini, Giulia ascendeva il Gianicolo per fare una visita allo studio di lui. Da un giovine allievo sapeva la dolorosa storia del maestro, seppe della gita delle donne ma non pote` sapere quale fosse il vero motivo della disgrazia. Mentre stava meditabonda e perplessa sullo strano caso, capitava Attilio e da lui uditi i particolari della faccenda non dubito` un momento che l'intrigo disonesto non fosse opera del porporato. "Bene!" disse ad Attilio la giovane straniera, "da quanto odo le donne uscirono per chiedere in grazia la liberazione di Manlio. Non c'e` un istante da perdere. Io ho accesso al palazzo Corsini, spero prima di notte potervi informare d'ogni cosa". Cosi` parlando, e senza meglio chiarire i suoi disegni, accomiatossi. Il nostro Attilio stanco dai disagi e dalle fatiche della notte, disperato di non trovare in casa la sua Clelia, sedette per interrogare con piu` agio il giovane Spartaco su cosa per lui di tanto interesse. CAPITOLO XIV SICCIO Tornando ancora al 1849 ed alla scena fatale in cui il nostro povero Muzio all'eta` di due anni fu derubato del suo patrimonio a beneficio della Compagnia di S. Vincenzo di Paola, ricordiamo ancora che un servo di casa, Siccio, aveva introdotto quel furfante di Don Ignazio con tale piglio che abbiamo creduto necessario doverlo notare. Siccio era il piu` antico dei famigliari di casa Pompeo; in quella casa era nato, era stato beneficato in varie circostanze da' suoi buoni padroni ed amava l'orfano Muzio con affetto di padre. Buon uomo ma non molto astuto diffido` tuttavia delle mene del paolotto e della sua complice, ma in Roma, al curatore delle anime, al medico spirituale, al confessore della padrona di casa, chi ardirebbe fare uno sfregio? Ai preti importa troppo la confessione, e per cio` sanno circondarla di particolare prestigio. La confessione! quell'arma terribile del pretismo, elemento primo delle sue seduzioni, veicolo per cui esso giunge al conoscimento d'ogni cosa, spionaggio infernale ch'egli esercita massime sul sesso debole per il quale egli puo` signoreggiare ancora, benche' disprezzato e maledetto, la maggior parte del sesso piu` forte! Il povero Siccio, per l'amore che portava al bambino ed alla casa, fu il primo congedato quando la caterva dei paolotti penetro` nel Santuario domestico per impadronirsi d'ogni cosa. "E il ragazzo?" dimandava Suor Flavia ad Ignazio. "Il ragazzo--rispondeva costui.--Non abbiamo noi l'orfanotrofio? Egli la` sara` al sicuro dagli sviamenti di questo secolo perverso e dall'eretiche dottrine che oggi dominano il mondo. Poi la` noi lo terremo sempre d'occhio, Suora!". E li` nuovo ricambio d'uno di quegli sguardi, cui si preferirebbe una pugnalata. Fu ventura per Muzio che la ricchezza della preda avesse abbarbagliato i ladri a tal che, dopo quella conversazione del prete colla strega sul conto suo, non ne fecero piu` caso ed egli rimase in un canto dimenticato come uno straccio, piangendo dalla fame e dal freddo. Siccio, l'onesto Siccio, non lo dimentico`. Pratico della casa profitto` della confusione dei depredatori, e col pretesto di andare per la roba sua meno` seco Muzio in una stanza recondita di Roma ove egli aveva preso dimora. Giovera` sapere che il padre di Muzio era stato antiquario, e che nelle sue peregrinazioni fra i monumenti e le ruine aveva l'abitudine di condur seco Siccio. Egli dunque nelle escursioni col suo padrone erasi fatto pratico alquanto delie meraviglie di Roma e cio` gli valse per professare il _ciceronismo_ nel presente suo stato di bisogno poiche', col carico del giovine, egli non avrebbe potuto piu` oltre stare a padrone. Come cicerone(17) egli poteva vivere miseramente si`, ma indipendente ed il profitto della sua industria serviva al mantenimento proprio e del suo protetto ch'egli amava ogni giorno di piu` vedendolo crescere vispo, robusto e bello come un Adone. Egli non tornava mai a casa senza portare al suo caro qualche cosa che sapeva gradirgli, e certo egli si sarebbe privato del bisognevole, piuttosto che lasciarne mancante il suo giovane amico. (17) _Ciceroni_ si chiamano in Roma coloro che conducono gli stranieri a visitare i monumenti, l'opere dell'arte e le ruine e ne fanno spiegazioni piu` o men bene. Cosi` duro` vari anni, ma Siccio diventava vecchio, alcuni malanni dell'eta` lo impedivano sovente di recarsi alle consuete occupazioni, e pur troppo, dal _ciceronismo_ alla mendicita` v'e` un passo solo. Accattare era doloroso per l'anima onesta di Siccio, ma bisognava pur mangiare e bisognava mantenere il suo protetto. All'eta` di quindici anni Muzio era un tipo di perfezione, Gli artisti di Roma che lo videro s'invaghirono delle sue forme e lo richiesero di stare a modello per loro. Cio` sollevo` alquanto la miseria dei nostri poveri congiunti, ma Muzio che aveva imparato la sua storia e conosciuta la propria condizione da Siccio, ripensando alla trama scellerata con cui egli era stato ridotto alla presente poverissima condizione, sdegnava di posare davanti a persone che spesso non conosceva. Avendo sovente seguito Siccio nelle sue escursioni _ciceronesche_, poteva ei pure condurre un forestiere al campo Vaccino o nel tempio di S. Pietro, e preferiva questa professione. Ne' Muzio repugnava anche dai lavori manuali, anzi spesso era occupato negli studi degli scultori a muovere massi di marmo; e quando ve n'erano degli enormemente grossi che a mala pena tre uomini potevano levare, Muzio a 18 anni li maneggiava quasi scherzando. Ma intanto niuno lo aveva mai veduto stendere la mano, ragione per cui gli altri mendichi lo chiamavano con sarcasmo: il signor mendico. Un giorno una donna velata, entro` nella stanzuccia di Siccio e pose sulla tavola una borsa piena di monete d'oro, dicendo con voce austera al vecchio: "Questo denaro servira` a migliorare la condizione vostra e quella di Muzio. Voi non mi conoscete ma quand'anche giungeste a conoscermi non dite mai al vostro compagno da che parte vi sia venuta questa piccola fortuna" e senza aspettare risposta, disparve. CAPITOLO XV IL PALAZZO CORSINI "M'e` proprio cascato il cacio sui maccheroni" diceva tra se', stropicciandosi le mani, il dissoluto prelato alla vista delle tre donne, "e la provvidenza (badate provvidenza di quell'infame!) mi serve meglio stavolta che tutti i birbanti che mi attorniano". Cosi` pensando ei gettava occhiate di coccodrillo sulla bellissima fanciulla, che cosi` ardentemente egli aveva desiderato contaminare, "Venga la supplica" ei disse: come se da quella egli dovesse conoscere con chi aveva a che fare e di che si trattava, mentre alla prima occhiata aveva riconosciuto le sue interlocutrici. "Venga dunque la supplica", torno` a dire il mezzano, vedendo le donne silenziose e sbigottite. Aurelia, che la pretendeva da piu` delle compagne, si fece innanzi e gliela porse. Con apparente attenzione il Cardinale parve intento alla lettura, quindi ripiegato il foglio sclamo`: "Ah siete voi signora!" e il furfante si dirigeva ad Aurelia, come se le altre due non le avesse conosciute, "siete voi la moglie di quel Manlio che si permette tener nascosti in casa i nemici dello Stato e di sua Santita`?". Queste parole furono profferite con tale aria di severita` e di comando che ti pareva udire un magistrato che desse delle ammonizioni ad un delinquente che non abbia scusa. "Non e` dessa la moglie di Manlio,--s'affretto` a dire Silvia,--sono io! Essa venne solo per accompagnarci e testimoniare all'E. V. ch'ella sin da fanciulla conosce la nostra famiglia e puo` giurare non esserci noi frammischiati mai in cose politiche. Donna Aurelia puo` dirlo--continuava incalorendosi la povera Silvia,--ella puo` dire se mio marito non e` un uomo d'una onesta` a tutta prova". "D'un'onesta` a tutta prova--ripeteva fingendosi corrucciato il malandrino.--E se siete onesti, perche' albergate eretici e nemici dello Stato? e l'onesto Manlio, perche' fugge violentemente di prigione adoperando mezzi imperdonabilmente colpevoli?". Un momento di silenzio segui` quelle parole e Clelia la quale piu` d'ogni altro conservava il suo sangue freddo penso` subito: "Fuggito! dunque non e` piu` nelle unghie di questi demonii!" ed un lampo di contentezza sfavillo` sulla bella fronte della fanciulla che mormoro`: "Fuggito!". "Si` fuggito--ripeteva il chercuto indovinando l'effetto prodotto da quella parola sull'animo di Clelia,--pero` badate, niuno puo` fuggire dalla spada della giustizia! e Manlio cadra` sotto la doppia colpa d'essere stato il ricettatore dei nemici di S. Santita` e di avere con criminosa violenza forzato l'inviolabilita` delle carceri pontificie". Alla povera Silvia le altosonanti parole del porporato fecero l'effetto della folgore. Impallidi`, stese le braccia verso la sua Clelia, quindi sentendosi stringere il cuore cadde svenuta. Procopio, agguerrito a questi colpi di scena, non si scosse, anzi ne profitto`, chiamo` i domestici, ordino` che le donne fossero condotte in altra stanza e si cercasse con ogni cura di richiamare in se' la svenuta. "Oh! voi non uscirete di qui senza avermi pagato un prezioso tributo", penso` tra se' il lussurioso Cardinale tornandosi a stropicciare le mani. Chiamo` a se' il Gianni, il quale non s'era allontanato di molto, prevedendo che il suo padrone poteva abbisognare dell'opera sua. "Ebbene, vedete un po' signor Gianni" (e Gianni sapeva cio` che richiedeva da lui il porporato quando chiamavalo signore). "Vedete,--dicevagli con aria giuliva,--se la provvidenza non ci favorisce meglio che noi sappiate far voi colla vostra abilita`!" "Io l'ho sempre detto che l'E. V. e` nata sotto una buona stella, e` destinata ad esser felice" rispondeva l'eunuco inchinandosi e strisciando come un rettile. "Dunque, ora che la Provvidenza (e dalli colla Provvidenza malmenata da quella bocca sacrilega) ci ha favorito tocca a te il resto. Bada che quelle donne sieno trattate con ogni riguardo. Esse furono or ora condotte negli appartamenti posteriori del palazzo, di la`, col pretesto di chiamarle ad interrogatorio presso Monsignor Ignazio (il lettore conosce gia` il buon soggetto), fate che sieno divise. Quando poi sieno tornate in calma e sciolte da ogni sospetto io avra` bisogno di trattenermi da solo a sola colla Clelia. Siamo intesi, eh!". E dopo essersi passata la mano sul mento con compiacenza, il Cardinale accennando col dito faceva segno a Gianni di andare. Quindi, senza far parola, con un profondo inchino si allontanava l'eunuco accompagnato dallo sguardo semi-austero semi-sorridente del suo padrone. Non appena uscito il Gianni, un domestico annuncio` la signorina inglese. "Ma avanti! avanti!" diceva il Prelato e tra se': "Ma proprio dal cielo mi cade la manna quest'oggi". E passava e ripassava la mano sul liscio mento dove fra le macchie di cui avevanlo chiazzato la lussuria e la depravazione, si scorgeva la pallida e giallognola cute del camaleonte. "Avanti, signorina!" torno` a gridare il Cardinale quando l'uscio s'aperse e fece alcuni passi per prender la mano dell'altiera e bellissima artista. "Che fortuna e` la mia di possedervi un istante sotto questo tetto, in questa stanza istessa che fu abbellita una volta dalla vostra presenza e mi sembra deserta da che la vostra preziosa persona l'ha abbandonata". "Quanta galanteria sfoggia questa serpe" penso` fra se' la nostra Giulia, mentre che ascoltava il grandiloquente sermone del cicisbeo, e sedutasi, con poche cerimonie, rispondeva "Gentile e graziosa e` l'E. V. e io le ne sono grata. Una volta io veniva qui piu` spesso per copiare i capi d'opera di cui va adorno questo palazzo, ma gia` da alcun tempo ho terminate le mie copie ed oggimai qui non saprei quello che dovrei venirci a fare". "Non ci sapreste piu` che fare?! oh! questa poi e` una dichiarazione poco galante da parte vostra, signora Giulia! qui come ovunque voi avrete un culto, bellissima fanciulla!". Biascicando queste e simili frasi melate, Don Procopio cercava di avvicinare frattanto la sua poltrona a quella di lei ma ella ritirava la propria d'altrettanto dimodoche' le due poltrone avevano l'aria di onde agitate che si perseguono sempre, e non si raggiungono mai. Stanco di perseguitare la giovine straniera a corso di poltrona, il prelato si alzo` e risolutamente mosse verso di lei. "Ma sedete, od io parto!" esclamo` Giulia alzandosi e mettendo la poltrona tra lei e l'indecente Cardinale mentre gli figgeva due occhi in volto che lo atterrarono. Il prete si lasciava andare sulla seggiola come colpito dal fulmine e Giulia sedutasi pure comincio`: "La mia visita non e` senza grave motivo, gia` lo sapete che per vedervi non ci verrei. Io son qui a chiedervi notizie d'una famiglia che m'interessa: della famiglia dello scultore Manlio". "Fu qui e` vero, ma se n'e` andata" rispose Procopio, rinvenuto dal primo stupore. "E` molto tempo che se n'e` andata?" chiese Giulia, con accento da cui trapelava la sua incredulita`. "Sono pochi momenti che le donne lasciarono queste stanze" fu la risposta di Don Procopio. "Saranno dunque a quest'ora fuori del palazzo", ripigliava la straniera. Ed il prete: "lo saranno", rispose colla certezza di mentire. Giulia con un gesto d'incredulita` troncava il dialogo e maestosamente ripigliava la sua via, appena salutando con un cenno del capo l'eminente canaglia. Ha pure i suoi vizi i suoi difetti la razza britannica. E cosa v'e` di perfetto nell'umana famiglia? Ma se v'e` popolo ch'io mi compiaccia a paragonare ai nostri antichi padri di Roma, e` certamente l'inglese. Egoista e conquistatore come quelli, la sua storia rigurgita di delitti; delitti commessi nel suo seno e nel seno delle altre nazioni. Molti sono i popoli che egli ravvolse e ravvolge nelle sue spire di ferro per contentare l'insaziabile sua sete d'oro e di predominio. Pur non si puo` negare che egli non abbia immensamente contribuito al progresso umano e gettato la base di quella dignita` individuale che presenta l'uomo diritto, inflessibile, maestoso, davanti alle esigenze dispotiche che padroneggiano l'uman genere. A forza di costanza e di coraggio egli ha saputo conciliare l'ordine governativo colle liberta` adeguate ad un popolo padrone di se' stesso. L'isola sua divenne il santuario e l'asilo inviolabile di tutte le sventure, il despota, come il proscritto dal despota, vivono insieme su quella terra ospitale, colla sola condizione di essere uomini. Egli ha proclamato l'emancipazione dei negri oggi felicemente conseguita dalla lotta gigantesca della sua stessa razza sul nuovo continente; a lui infine deve l'Italia in parte la propria ricostituzione, grazie alla maschia sua voce di non intervento da lui fatta risuonare nello stretto di Messina nel 1860. Alla Francia come all'Inghilterra molto deve l'Italia. Alla Francia molto deve l'umanita` per la propaganda de' principi filosofici, per l'affermazione dei diritti dell'uomo. Alla Francia si deve l'annientamento della schiavitu` barbaresca nel Mediterraneo. La Francia seppe mettersi alla testa della civilta` umana ma non lo e` piu`. Oggi strisciando davanti al simulacro d'una grandezza fittizia essa distrugge l'opera grandiosa del suo passato. Un giorno la Francia proclamava e propagava la liberta` nel mondo, oggi e` dessa che cerca distruggerla dovunque. La Dea ragione, quel parto straordinario dell'intelligenza emancipata, essa oggi la rinnega ed i suoi soldati fanno il gendarme al Sacerdote dell'oscurantismo. Speriamo per il bene dell'umanita` veder presto le due grandi Nazioni rimettersi insieme all'avanguardia dell'umano progresso. CAPITOLO XVI LA TRIADE Nella meschina stanzaccia di Siccio quella stessa sera stavan raccolti tre individui che avrebbero fatto l'ammirazione di colui "che nuovo Olimpo alzo` in Roma a' Celesti" e di qualunque dei grandi Maestri del bello. Eppure non e` egli mero caso il nascer bello? e non ho conosciuto io molta gente con cuore d'angiolo e pur deformi di corpo? Che volete? e` cosi`; l'uomo per irresistibile istinto e` portato al bello, forse piu` dell'uomo la donna. Le belle forme della persona ispirano istintivamente maggiore fiducia. Piace d'aver il padre bello, la madre ed i figli, d'aver un capo le cui fattezze sieno quelle dell'Achille, non del Tersite(18). (18) Buffone deforme nel campo dei Greci all'assedio di Troia. La bellezza del capitano, suscita piu` entusiasmo nei militi, piu` timor nei nemici. Infine, comunque sia, e` una gran fortuna il nascer belli, ed in questo, come in tante altre cose, non si capisce perche' l'Onnipotente sia stato prodigo con gli uni, avaro con gli altri, si direbbe quasi capriccioso. Quante mortificazioni un povero diavolo deve soffrire se ha la disgrazia di essere deforme! Che smorfie! che sogghigni da ogni parte! Non beato dal sorriso delle belle (e meno ancora delle brutte, le quali, o mancano dell'istinto di compassione o temono, mostrandosi generose, d'essere sospettate richiedere per se stesse il ricambio affermando la propria deformita`) gli si fa sentire la pieta` a traverso un'umiliante protezione e quando non s'aggiunge qualche satira o beffa di begli spiriti e` una fortuna per il poveretto. L'oro solo mitiga alquanto le deformita` del corpo. Intanto con aria di trionfo, e contento di se', passeggia da dominatore nella folla, colui che senza merito proprio ebbe dalla natura forme prestanti e forse bello spirito. Sara` calcolo, sara` sorte, sara` capriccio di chi poteva far meglio? Giulia, che Attilio e Muzio avevano aspettata per aver notizie della famiglia di Manlio comincio`: "Si`! esse sono in casa Corsini; quell'indecente Procopio lo ha negato ma voi sapete in quella tana di vizi quanto sia facile di coprire ogni cosa coll'oro". Attilio si alzo`, fece un moto d'impazienza come volesse partire, passo` la mano sulla fronte, poi come pentito di quella manifestazione torno` a sedere. Giulia che lesse nell'atto d'impazienza del giovane qual vulcano bolliva in quell'anima ripiglio`: "Attilio! vi bisogna piu` che mai conservare il vostro sangue freddo. Vi sara` necessario per liberare la vostra fidanzata dagli artigli di quell'avvoltoio. Ora e` troppo presto. Voi dovete aspettare almeno sin dopo le dieci per tentarlo". "Sicuro--aggiunse Muzio--e frattanto io andro` ad avvisare Silvio che si trovi pronto coi compagni nelle vicinanze del palazzo. Non ti muovere sinche' io non sia di ritorno". Noi sappiamo quanto il povero Muzio amasse la bella straniera, pure un'ombra di sospetto, di gelosia, non annuvolo` la sua fronte al lasciarla cosi` sola in compagnia dell'avvenente suo amico. E Giulia, sola col piu` bel giovine di Roma e si` giovane e bellissima lei stessa, non correva pericoli? No! l'amore di Giulia per il suo Muzio, era di pura e forte tempra, amore che non s'altera, che non muore, che non cambia per cambiar d'eta` o di fortuna. E poi Muzio era infelice e questa qualita` assai piu` caro lo rendea alla generosa. CAPITOLO XVII LA GIUSTIZIA Giustizia! santa parola, prostituita, derisa dai potenti della terra! Cristo era inchiodato sulla croce per mano della giustizia, Galileo dalla giustizia posto alla tortura. E non sono la giustizia, l'ordine, le leggi, che governano questa babilonia che si chiama Europa civile? L'Europa! ove chi fatica muore dalla fame e gli oziosi nuotano nell'abbondanza e nella lussuria, ove poche famiglie signoreggiano le Nazioni e le mantengono in un perpetuo stato di guerra colle altisonanti parole di patriottismo, lealta`, onore della bandiera, gloria militare, ove una meta` del popolo e` schiava e l'altra meta` fa giustizia, bastonando gli schiavi quando hanno l'ardire di lamentarsi!... Sovente un po' di "giustizia-pugnale" o "giustizia-carabina" rompono la monotonia delle giustizie legali, ed allora si grida all'assassinio. Orsini(19) assassino e` decapitato, e Bonaparte che assassino` nessuno a Parigi, a Roma, al Messico, e` un magnanimo! e che so io! (19) Felice Orsini giustiziato a Parigi per aver attuato un sanguinoso attentato alla persona di Napoleone III il 13 gennaio 1858 Qui pero` si prepara giustizia, vera giustizia, sia essa fatta col pugnale o col cannone, mentre la` in quella tana di iene sollazzano, banchettano i depredatori delle sostanze del povero, i depravatori di una nazione di venticinque milioni. La` nel Palazzo Corsini stanno Procopio ed Ignazio che noi conosciamo e di cui conosciamo i delitti, e qui fuori, pronto a fare giustizia degli scellerati stanno Attilio, Muzio, Silvio e venti compagni dei nostri trecento. Questi superbi figli di Roma hanno capito e sentono che per Io schiavo non v'e` pericolo, non v'e` impresa difficile quando si consideri la vita quale l'hanno resa i tiranni: un disprezzevole arnese. L'anima di questi prodi e` tranquilla come alla vigilia d'una festa, il loro cuore batte, ma di speranza, ma di desiderio che venga presto l'ora di menar le mani e l'ora non e` lontana! Essi passeggiano per la Longara aspettando le dieci, ma non passeggiano insieme perche' il governo dei preti vieta le riunioni. "Saranno riuniti all'opera!". Nel palazzo la triade de' perversi col pretesto dell'interrogatorio aveva separate le donne e lasciata sola la Clelia. Questa, prevedendo inganni, traeva dalla capigliatura un pugnaletto che si usa portare dalle donne romane e dopo d'averlo considerato ed assaggiatane la punta, lo nascose alla cintura sotto le pieghe del vestito. Clelia era degna di coloro che anelavano alla sua liberazione. Dopo le nove il prelato, adornata la persona nel modo ch'egli credeva piu` ricco ed attraente, si accinse all'assalto della fortezza (cosi` chiamava lui le sue seduzioni infami). Apri` dolcemente la porta della stanza ove si trovava Clelia, biascico` un "Buona sera, signorina", a cui con voce piuttosto disdegnosa rispondeva la Clelia: "Buona sera". "Mi scuserete se vi ho trattenuta per tanto tempo in questa stanza, ma--soggiungeva con voce melliflua il volpone,--volevo proprio io stesso venire a congedarvi ed annunziarvi che qualunque cosa sia successa a vostro padre sara` da me dimenticata. Volevo poi che sapeste, bellissima fanciulla,--continuava a dire l'infame--ch'io non vi vedo per la prima volta e che da quando vi vidi io arsi per voi dell'amore il piu` puro". Nel terminar questo astuto discorso, trascinando la serica sottana, il tentatore si avvicinava a Clelia. Ma questa, inarcando certe ciglia leonine, si mantenne tra un tavolino ed il prelato a cui sarebbe stato impossibile poterla raggiungere s'anco fosse stato agile e svelto al pari di lei. Invano egli la supplico`, adoperando tutte le lusinghe di cui era capace. Sempre piu` fieramente le rispondeva la nostra eroina, laonde, furioso il prete che vedeva scorrere il tempo senza approdare a nulla torno` alla porta, fece un segno e comparivano in suo soccorso Don Ignazio e Gianni. Accortasi del pericolo di dover lottare contro i tre, Clelia trasse risolutamente il pugnaletto e mentre furibonda e con voce commossa esclamava: "Piuttosto m'immergero` questo ferro nel cuore" il maledetto vecchio, ladro delle sostanze del povero Muzio, s'andava avvicinando in modo da poter lanciare la sua mano di falco sulla destra della fanciulla, che strinse come una tenaglia. L'eunuco alla sua volta dalla parte sinistra la raggiunse e tra i due tentarono di domarla, disarmandola del pugnale. Non fu pero` facile impresa. Clelia si dibatte` con tanto furore che il demonio di prete e l'eunuco avevan gia` le mani intrise di sangue quando si fece innanzi anche il corpulento e dissoluto ausiliario. I tre riuniti finirono a domare la povera fanciulla, disarmarla e condurla scapigliata in un'alcova attigua alla stanza, alcova senza dubbio destinata a tali oscene nequizie. Chi ha letto la storia dei Preti ricordera` che un Farnese, figlio di Papa, turpemente violo` un vescovo di Fano di cui s'era innamorato facendolo tenere dai suoi scherani. Che cosa ci sarebbe di strano adunque, se lo stesso spediente si usasse con una femmina? A tanto si preparavano questi servi di Dio contro la svenuta, sventurata fanciulla! In quel mentre pero` un baccano d'inferno s'intese di fuori, un urto terribile sconficco` la porta e in mezzo alla stanza furono visti piombare due uomini il cui volto avrebbe fatto impallidire il demonio. Eppure eran bei volti quelli! belle fattezze! ingigantite da quel sentimento sublime che crea gli eroi! Attilio fuori di se', corse all'amata fanciulla e forse i malandrini profittando di quell'errore avrebbero potuto svignarsela, che, li` era Muzio solo, freddo e solenne, girando lo sguardo tagliente sui tre atterriti. Dopo un momento entrava Silvio, all'arrivo del quale, Muzio, additandogli la porta, "Nessuno esca" disse. Poi col pugnale alla mano ordino`, pena la vita, al prelato di coricarsi boccone. La stessa ingiunzione fece ai due complici; quando furono in quell'attitudine, tiro` fuori una corda e comincio` a legare il piu` grasso colle mani di dietro. Chiese poscia ad Attilio altra fune e lego` Gianni. Il Monsignore riservo` per ultimo e mentre stringeva il legame tanto da stritolare le ossa degli scellerati, un maligno sorriso sfiorava la bella bocca del mendico. Ahi! gridava il prete, mentre Muzio stringeva; e quegli: "Perverso! non gridavi ahi! nella notte in cui hai derubato un orfano delle sue sostanze e lo riducevi alla mendicita`. Non mormoravi ahi! quando portavi le vergini infelici a questo infame stupratore!". Non voglio nauseare chi legge con tutte le bassezze, le giustificazioni, i giuramenti, le preghiere di questi tre perversi, per aver salva la vita. Invano! troppo sanguinose eran le ingiurie ricevute dai nostri tre amici e troppo prezioso l'olocausto dei tre mostri alla liberta` di Roma. Clelia, Camilla, Manlio, vittime loro, dovevano essere vendicate. Colle mani legate dietro alla schiena ed una corda al collo, uno dopo l'altro, i tre malfattori presto penzolarono fuori della finestra della stanza di un'altezza di due piani dal terreno, ed al far del giorno, nella folla che si riuniva a contemplare l'orrendo spettacolo, una voce s'udi` risuonare dicendo: "Cosi`, devono finire coloro che in quindici secoli di menzogne, di corruzioni e d'inganni hanno ridotto la Metropoli del mondo una cloaca". CAPITOLO XVIII L'ESILIO Era la mattina del quindici Febbraio, e la campagna di Roma era illuminata dai primi raggi del sole. Quel solenne deserto ove un di` sorgevano citta` cospicue oggi e` seminato di macerie e presenta all'attonito passeggiero un'immagine di desolazione e di morte. I miserabili abitatori che s'incontrano in quelle steppe riflettono sulle loro gialle e squallide fisonomie i patimenti e la malaria. Pianure immense ove una volta prosperavano numerose popolazioni sono oggi percorse da bufali selvaggi e da cignali. I giardini, le ville, gli orti, che alimentavano di legumi e di frutta i due milioni d'abitatori dell'immensa metropoli sono sostituiti da macchie e paludi pestilenziali. Qua e la` alcune croci di legno attestano al viandante gli omicidi frequenti a cui la miseria e l'ignoranza pretina trascinano i discendenti del gran popolo, oggi ridotti ad una masnada di fanatici e di briganti. I vestigi delle vie consolari che solcavano per tutti i versi quelle pianure e che ricordano il passaggio delle immortali legioni, appena si scorgono tra i bronchi e le rovine che lo ricoprono. Siccome l'anima degli abitatori il prete padrone(20) ha inaridito quel terreno fecondo. (20) Tutta la Campagna di Roma appartiene oggi a pochi Monsignori e prelati che l'abbandonano per immergersi nelle crepule della capitale. In quella mattina, da una carrozza giunta al crocicchio di casa Marcello, scendevano quattro donne che noi conosciamo e s'incamminavano verso l'abitato. Con che gioia si abbracciassero padre, madre e figlia lo lascio pensare a voi, dopo tanti disagi e tanti pericoli. Giulia e Aurelia con gli occhi umidi di lagrime contemplavano silenziose tanto affetto, e maledicevano in cuor loro chi aveva cagionato si` fiero rammarico a questa onesta famiglia. Camilla istupidita osservava l'insolito spettacolo e non era capace di formare parola. Se avesse potuto indovinare la fine atroce del suo tentatore, chi sa non fosse ritornata in se', allora non comprendeva nulla. Marcellino dopo aver egli pure girato lo sguardo curioso dall'uno all'altro, dal bellissimo volto di Giulia al non men bello di Clelia, si dirigeva verso la stalla per mugnere la vaccarella ed offrire un bicchiere di latte fresco alle simpatiche visitatrici. Dopo mille domande e risposte e ragguagli, Manlio volto a Giulia diceva: "l'esilio dunque ci resta, non ci vedo altra via. Questo governo infernale finira` presto, non ne dubito, ma intanto dopo tutto quel ch'e` accaduto bisogna sottrarci agli ultimi parossismi del prete sanguinario, oggi tutto astio e vendetta". E Giulia, "io sono del vostro parere: sottrarvi alle persecuzioni di quegli scellerati e non perder tempo. Dio fara` il resto e certo in breve potrete tornare nella vostra Roma ringiovanita e redenta". Il modo di mettersi in salvo fu presto trovato dalla coraggiosa straniera. "Io--essa soggiunse,--ho il mio yacht a Porto d'Anzo". Il mio _yacht!_, ma questa parola sara` inintelligibile a chi legge, se uomo e piu` ancora se donna italiana. _Il mio yacht_! Una signorina col suo yacht! Ma che razza d'arnese e` questo yacht, che portano le fanciulle inglesi ed offrono agli amici? Lo yacht non e` un arnese ma una nave, su cui l'inglese ricco e coraggioso solca gli Oceani e passeggia il mondo tutto, come fosse la propria casa. I francesi, gli spagnuoli, gli italiani non hanno yacht, benche' essi presumano di essere nazioni marittime. La loro educazione e` troppo molle. Ricchi, si danno alle lussurie delle metropoli e non avventurano l'effeminata loro esistenza sul mare tempestoso e percio` l'Italia, la Spagna, la Francia non contano i loro Rodney, i Jervis, i Nelson. L'inglese, anche millionario, repugna dall'ozio, compra un yacht e si spinge sull'Oceano a cercare le tempeste. Egli non teme i calori della zona torrida, ne' i ghiacci del polo. Veleggia, corre, s'istruisce e diventa robusto di corpo e di mente. Con tali figli Albione signoreggia il mare da secoli. Co' suoi baluardi di legno essa rese inviolabile e sacra la sua terra d'asilo e si puo` sperare che coi nuovi baluardi di ferro essa sapra` sfidare qualunque tentativo d'invasione straniera. Dunque, "Ho il mio yacht a Porto d'Anzo,--diceva Giulia,--noi andremo la`; e spero di potervi imbarcare inosservati e veleggiare con voi verso il solitario". CAPITOLO XIX LE TERME DI CARACALLA Lascio pensare a voi quale scompiglio vi fosse in Roma il giorno quindici febbraio che segui` la notte tragica di Palazzo Corsini. Un andirivieni, un diavolo per le strade, un chiedersi: "che e`, che non e`? E` ora di menar le mani? Di mandare a rotoli questo esoso temporale(21) e lo spirituale con lui?". (21) Sottinteso: "il potere" (N.d.C.) Frattanto i tre cadaveri penzolavano dalle finestre e siccome in quella tana di birbanti uno diffidava dell'altro, niuno ardiva di avvicinarsi alla stanza fatale per non suscitare sospetti. Finalmente, un battaglione straniero, che la paura dei preti aveva richiesto, comparve nella Laguna ed invase l'immenso palazzo. I soldati se la ridevano sotto i baffi nel vedere appiccati i due chercuti e l'eunuco. Senza nessuna reverenza al mondo s'andavan dicendo fra loro: "Che bei salami! Se ne hanno esposti per mostra tre, vuol dire che ne ha molti il pizzicagnolo". Nella folla ognuno diceva la sua mentre i soldati davano opera a far rientrare i cadaveri. "Lasciali andar giu` a rompicollo, avrai piu` presto fatto", diceva l'uno. "Maneggia il pesce che non si strappi", diceva l'altro, e tutti a fischiare, mentre sforzandosi i soldati a tirar su il corpulento cadavere di Procopio, si spezzava la fune e il corpo precipitava sul lastrico con grande fracasso. Nella folla, mentre durava l'osceno schiamazzo, il mendico diceva a Silvio: "Questo popolaccio mi nausea, esso ama ridere di tutto. Pasquino solo ci rimane dell'antica Roma. Io vorrei che questo popolo avesse la gravita`, con cui i nostri padri, nel Foro, vendevano e comperavano ad alto prezzo il terreno occupato dalle schiere di Annibale vincitore, oppure eleggevano un Dittatore per salvare la Repubblica in pericolo, senza ingannarsi mai nella scelta. Ma quanto tempo dovra` passare prima di averlo degno ancora dell'antica fama, corrotto com'e` dai preti? Di tutti i danni fatti da questi impostori al nostro paese, il piu` imperdonabile e` la corruzione con cui han potuto talmente snaturarlo". "Cosa vuoi?--rispondeva Silvio.--Il servaggio fa dell'uomo una belva e questo nostro e` stato il piu` maligno, il piu` perverso di quanti si conoscono. I chercuti hanno il garbo di farci schiavi e farci adorare i nostri tiranni". Cosi` discorrendo i due amici quasi istintivamente s'avviarono verso lo studio d'Attilio, che trovarono dinanzi. la mensa modestamente imbandita alla quale parteciparono di tutto cuore. Dopo d'avere ragguagliato l'amico delle faccende del giorno, i tre si sdraiarono per cercare un po' di riposo ed era loro ben necessario dopo le fatiche della notte. Verso le dieci della sera, i nostri tre amici giungevano alle Terme di Caracalla, ove sappiamo che i trecento dovevano riunirsi. CAPITOLO XX ALLE TERME Padroni del mondo e ricchissimi delle sue spoglie, i Romani si diedero al lusso, alle gozzoviglie ed agli eccessi d'ogni specie. Fastidiose ed insopportabili divennero loro le fatiche del campo, l'aratro e l'armi che tanto avevano influito a mantenerli sobrii e robusti. Colle membra rese delicate dall'ozio il peso delle armi divenne soverchio e tra gli stranieri schiavi si cercarono i piu` robusti per farne dei soldati. Gli stranieri forti, armati ed agguerriti alla scuola di Roma, cominciarono a disprezzare i dissoluti ed effeminati padroni, poi, ad ammazzarli, per impadronirsi delle loro donne e delle loro ricchezze. Ecco la storia della decadenza di quell'impero gigante che fini`, come devono finire tutte le potenze edificate sull'ingiustizia e le violenze. Fra i lussi degli antichi c'eran le Terme, ossia i bagni, e vi si prodigavano ricchezze immense per renderli comodi, doviziosi e splendidi. Ve n'erano di particolari e di pubblici, e siccome al tempo degli Imperatori ognun di loro procurava di farsi celebre con qualche opera grandiosa, Caracalla, uno dei piu` abbietti di quei despoti, fece edificare le famose Terme, i cui avanzi si contemplano oggi nell'immenso deserto di ruine che segnano la grandezza e la decadenza di Roma. Gli edifici piu` cospicui dell'immensa citta`, quasi tutti avevano dei sotterranei, praticati dai grandi con astuta previdenza per nascondervisi in tempo di pericolo o per nascondervi il frutto delle loro rapine e violenze. Nel sotterraneo delle Terme di Caracalla era stabilito il nuovo convegno dei trecento, nella notte del quindici febbraio, e subito che l'ombre della notte cominciarono a coprire Roma, gia` le loro sentinelle erano collocate nelle vicinanze del luogo di riunione e sulle vie che vi conducevano. CAPITOLO XXI IL TRADITORE La liberazione di Manlio e l'assalto di palazzo Corsini avevano spaventato il governo Pontificio. Mentre preparava solenni esequie al cardinale Procopio e ai compagni, avea messo sotto le armi quanta truppa straniera ed indigena v'era in Roma. La polizia coi suoi cagnotti era in grande confusione. Al minimo sospetto si arrestavano cittadini di ogni classe e le carceri ne rigurgitavano. Il governo dei preti aveva saputo comprare un traditore perfino fra i trecento. Per buona sorte costui non s'era trovato coi dieci del Quirinale, ne' tra i venti del Corsini. Egli pero` sapeva della riunione alle Terme di Caracalla e ne aveva informata la Polizia. Assuefatti alla congiura, gli italiani, sanno cio` che sia una contro-polizia. Ma per chi non Io sapesse: essa e` una polizia di congiurati, che regola e conosce le mene di quella del governo. Il capo della contro-polizia liberale era Muzio e ben gli serviva la sua qualita` di mendico; poiche' tra quei tanti infelici che accattano il pane nelle vie e sulle piazze di Roma i preti trovano sempre alcuno che si vende coll'infame patto della delazione. Muzio non lo ignorava e, coll'intelligenza superiore che lo adornava aveva saputo dai suoi emissari far vigilare gli emissari dei preti. L'ultime ombre dei congiurati (perche' veramente sembravano ombre che traversassero quelle macerie) eransi introdotte nella gola del sotterraneo. Attilio aveva fatta la dimanda: se le sentinelle erano a posto: il lume, dopo la risposta affermativa, aveva rischiarato le austere fisionomie dei nostri giovani, quando un fischio simile a sibilo di serpente fece risuonare le antiche volte dello speco. Era questo segnale d'allarme ed era il mendico che lo mandava, il quale, messo appena il piede sull'entrata del sotterraneo "non v'e` tempo da perdere--esclamava,--non solo siamo accerchiati da forza armata da questa parte ma altra forza ha gia` preso posizione all'uscita settentrionale del sotterraneo!". L'imminente pericolo in luogo di far impallidire quei prodi, getto` sulle loro maschie fisonomie un'aria di giubilo. Tale e` la coscienza del vero coraggio, massime quando serve la sacrosanta causa della liberta` e della patria, ed Attilio girato uno sguardo di compiacenza sul consesso imponente ordino` a Silvio di recarsi con due compagni all'estremita` del sotterraneo ed informarlo di quanto accadeva. All'entrata compariva una sentinella e confermava quanto Muzio aveva asserito, ma dalla parte opposta, niuno si faceva innanzi, il che dava a supporre che le sentinelle, da quella parte, potessero essere state arrestate. Appena pero` Silvio giungeva all'estremita` del sotterraneo alcune fucilate dal di fuori annunziavano il conflitto, mentre rientravano al tempo istesso i quattro compagni, che si trovavano di guardia in quella parte, per dar notizia dell'arrivo di numerose truppe. Silvio torno` indietro e ragguaglio` il suo capo di quanto accadeva. Attilio allora diede questi ordini: "Muzio formera` la avanguardia coi suoi cento, io lo seguitero` coi miei. Silvio colla sua schiera stara` alla retroguardia. Con uomini come voi, io posso risparmiare ogni incoraggiamento: diro` soltanto, che qualunque sia la forza che noi abbiamo a fronte, dobbiamo caricarla in massa col pugnale alla mano. I primi venti della tua schiera, disse a Mimo, marcino radi e adagio sino ad incontrare il nemico. Scoperto, lo assaltino gridando e a passo di corsa. Noi vi seguiremo da vicino". Dopo queste poche parole Muzio, disposti i venti e dato un colpo d'occhio al resto della sua schiera, si avvolse la toga al braccio sinistro e col pugnale nella destra si avanzo` dicendo: "seguitemi!". L'antro sembro` in quel momento vomitare un torrente di lava ed all'oscuro, perche' ogni lume era spento, cupi, silenziosi, s'avanzarono i discendenti dei Fabii, pronti ad affrontare i satelliti del dispotismo. I primi soldati che s'incontrarono coi nostri ebbero appena il tempo di spianare i fucili, che in un lampo si trovarono avviluppati dai terribili aggressori e volti in fuga. Un urlo tremendo di "avanti!!!" uscito da trecento maschie e sonore voci incuteva una paura di morte anche nei men codardi di quella bordaglia. In men ch'io noi dica il Campo Vaccino e poi le vie di Roma diventarono fiumi di fuggenti. Elmi, sciabole, fucili, si trovarono seminati sul lastrico delle vie e piu` feriti vi furon dagl'inciampi in quelle armi che da mano nemica. Molti incespicando rovesciati cagionavano la caduta dei vegnenti dimodoche' in certi luoghi si trovavano qua e cola` monti di mercenari e di birri. Alcuni si lamentavano, altri mostravan tanta paura nelle ossa che gridavano: "Non mi uccidete, signor liberale, ch'io mi sono arreso". Frattanto i prodi campioni della liberta` di Roma, dopo d'aver fugato i mercenari pretini si separavano e tranquillamente ripigliavano la via delle loro case sparpagliati in piccoli gruppi. Quanto valga l'uomo di coraggio e` cosa incredibile! Un uomo puo` mettere in fuga un esercito e non e` esagerazione. Io ho veduto degli eserciti colti dal panico fuggire davanti non ad un uomo solo ma a meno d'un uomo, davanti ad un pericolo immaginario. Un grido di "salva chi puo`!", "Cavalleria!", "il nemico!", risonante di notte ed anche di giorno con qualche tiro di fucile o senza, basta a mettere in fuga un corpo di truppa che ha combattuto e combattera` in altra circostanza col maggiore coraggio. Comunque sia, il panico e` vergognoso e, veramente veduto e considerato con pacatezza, esso ha qualche cosa di degradante. Io vorrei non aver mai a vedere gl'Italiani colti da terror panico. Eppure pare che i popoli meridionali e piu` spiritosi, come il Francese, l'Italiano, lo Spagnolo vi siano piu` soggetti dei popoli freddi e posati del settentrione. Dei liberi, pochi furono i feriti, il che succede sempre ai valorosi; dei mercenari pero` molti furono i feriti da loro stessi, e si contarono alcuni morti. Tra i cadaveri che all'albeggiare si distinsero nelle vicinanze delle Tenne, v'era un giovane col mento appena coperto di lanugine, era supino e sul suo petto a grandi caratteri si leggeva la parola _traditore_. Giovinetto senza esperienza, Paolo, ebbe la disgrazia d'innamorarsi della figlia d'un prete. La Dalila astuta, ammaestrata dal padre, era giunta a scoprire che il suo amante apparteneva ad un gruppo di cospiratori. Dal primo errore lo sciagurato cadde in altri e fini` con l'abbandonarsi intieramente all'infame vita del delatore. Quella notte n'ebbe degna ricompensa! CAPITOLO XXII LA TORTURA Siccome l'ora della solenne vendetta della popolare giustizia non era sonata ancora, i preti se la cavarono con la sola paura. Essi ben temettero in quella spaventosa notte di veder rompere il capello a cui la giustizia di Dio tien sospesa la spada sterminatrice che recidera` il loro capo nefario: ma fu differito il castigo. Non, che la misura non sia colma, ma forse le colpe degli uomini meritano ancora quell'abbominevole flagello! Conoscete voi la tortura? Sapete voi italiani che dai preti fu torturato Galileo? il piu` grande degli italiani? e chi se non i preti poteva istituire la tortura? Ci voleva l'animo d'un arcivescovo, per condannare a morire di fame in carcere murato Ugolino con quattro figli! Si`! la tortura! Dacche' nella famiglia umana, vi furono uomini che svestirono le forme umane per farsi impostori, cioe` preti, dacche' vi furono preti nel mondo, vi furono torture. Volendo costoro mantenere tutti gli uomini nell'ignoranza, quando emergeva alcuno che avesse ricevuto da Dio tanta intelligenza da capire le loro menzogne, quell'intelligente era da questi demoni torturato, accio` confessasse che la luce era tenebra, che l'eterno, l'infinito, l'onnipotente, era un vecchio dalla barba bianca seduto sulle nubi; che una donna, madre d'un bellissimo maschio, era una vergine e che un pezzetto di pasta che voi inghiottivate era il creatore dei mondi che vi passava per le vie digestive, e poi e poi!!! Quando si pensa che una gran parte del popolo ci crede ancora e che in questo secolo in cui l'intelligenza umana ha pur partorito delle grandi cose, il prete la fa ancora da padrone; quando si vedono i reggitori delle nazioni fingere (perche' e` finzione ed iprocrisia) di proteggere e mantenere con ogni rispetto l'istituzione diabolica del pretismo, c'e` veramente da impazzire, e non si capisce se ci sia piu` malvagita` dalla parte dei potenti e degl'impostori o piu` stupida imbecillita` da parte di chi li tollera. In molti paesi, come l'America, l'Inghilterra, la Svizzera, la tortura e` realmente abolita, ne' cola` il progresso e` vana parola. In Roma pure non se ne parla, e` vero: ma chi riesce a penetrare nei reconditi recessi di quei pandemoni, che si chiamano claustri, seminari, conventi? in quei covili ove un'assoluta reclusione isola l'individuo dall'umana famiglia, ove l'essere maschio o femmina che appartiene alla confraternita e` legato da giuramenti tremendi ed appartato per sempre dal consorzio del resto degli uomini: massime se vi sia sospetto ch'egli non sia intieramente corpo ed anima consacrato all'istituzione ove il despotismo e` assoluto, irresponsabile, potente! Si`! in Roma, ove siede il vicario del Dio di pace, del redentore degli uomini, v'e` la tortura come ai tempi di S. Domenico(22) e di Torquemada!(23) ed in questi giorni di convulsioni politiche e di paure pretine la corda e la tenaglia erano all'ordine del giorno negli orridi sotterranei di Roma. (22) Inventore dell'Inquisizione. (23) Uno dei piu` feroci inquistori di Spagna. Povero Dentato! il bravo sergente de' dragoni che facilito` l'evasione di Manlio. Dentato era messo alla tortura mattina e sera per strappargli di bocca la delazione dei complici! Io risparmiero` ai miei lettori l'orrido quadro dei patimenti inflitti a quel prode romano straziato colla corda, attanagliato, ridotto a una massa informe, abbandonato in un canto del suo carcere segreto, spirante, ed implorando la morte come un beneficio. Quello ch'io non posso tacere e` che il prete non si contenta di martoriare, di avvilire il corpo. Egli vuole insudiciare l'anima, e quando il sofferente svenuto pei patimenti articola un'indistinta parola, egli la raccoglie e l'interpreta a modo suo, spargendo la vergogna e l'infamia sul capo dell'infelice torturato. Il povero Dentato cosi` scontava il suo amore per l'Italia e per Roma nelle unghie dei luciferi umani, e non era il solo! In quei giorni di paura e di rabbia, furono numerosi gli arresti ed i torturati, ed anche rinvenuto dal terrore il prete si dava alle sevizie, condizione essenziale per riconoscere i codardi. I tiranni piu` crudeli, i piu` sanguinari di tutte le epoche, furono vili e pieni di paura. Infelice Dentato! i suoi carnefici rapportavano ch'egli aveva confessato complici e quindi nuovi arresti, nuovi tormenti, e nuove torture! Ecco! come da tanti secoli e` trattato questo nostro povero paese, ed il mondo tollera questi carnefici, li protegge, li impone all'Italia! Non si sa se piu` scellerati i preti e chi li sorregge o piu` stupido questo miserabile popolo che li soffre nel suo seno e non fulmina, non annienta questi istrumenti del suo servaggio, delle sue miserie e delle sue umiliazioni. CAPITOLO XXIII I BRIGANTI Lasciamo per un momento queste scene di desolazione e d'orrore, quest'atmosfera infetta dal fiato prestilenziale de' carnefici e seguiamo sulla strada di Porto d'Anzo le graziose nostre viaggiatrici, meste, perche' il loro cuore rimaneva in Roma co' loro cari ma finalmente respirando l'aria libera della campagna in quella stagione purissima. La campagna romana, un di` si` popolata e fertile, e` oggi, lo ripeto, un deserto seminato di macerie e coperto di paludi e di macchie. L'ammiratore della natura selvaggia trova pascolo cola` all'esaltata immaginazione e forse e` difficile rinvenire un altro lembo di terra sulla superficie del globo che presenti alla memoria tante ricordanze di peripezie, di grandezza e di miseria. Il cacciatore vi trova selvaggina d'ogni specie, dalle quaglie al cignale, ed alimento del corpo e dell'anima vi trova colui, che alla infezione della capitale, alle sue lussurie, preferisce la quiete del deserto. Pochi, lo abbiamo detto, sono i proprietari di quelle feraci ed immense pianure e tutti son preti, ingolfati nei vizi della metropoli, che non hanno mai veduti questi loro possessi e vi tengono al piu` qualche mandra di bufali e pecore. Ma nella campagna romana si trova qualche altra cosa. La pianta brigante e` inseparabile dal governo dei preti, ed e` naturale; essa non puo` non prosperare accanto ad un governo codardo, servito da mercenari imbelli ed abbrutiti. Quindi il ladro, l'omicida o il compromesso politico, trovandosi questa immensa campagna vicina ove loro non manchera` rifugio ed alimento, vi si gettano e molti vi passano l'intiera lor vita. Le statistiche assicurano essere gli omicidi in Roma piu` frequenti che in alcun'altra parte, e non puo` essere altrimenti coll'educazione corruttrice dei preti e la miseria prodotta dal loro infame governo. Quindi necessariamente la campagna e` popolata da molti di questi fuorusciti delinquenti od innocenti, tutti conosciuti sotto la denominazione di briganti. A questa non piccola famiglia di briganti per necessita` vanno aggiunte le numerose e terribili bande assoldate dai preti stessi contro il presente governo italiano, bande abbastanza note e che tante stragi commisero in questi ultimi anni. Eppure, con tutto questo, io ho simpatia dei briganti! Le mie simpatie non si stendono certo alle iene assetate di sangue che mutilano i loro prigionieri prima di trucidarli, che bruciano, devastano, distruggono per selvaggio istinto di distruzione. No! costoro mi mettono orrore! Ma quei briganti che odiano un governo scellerato come quello dei preti, o simile, che piuttosto di sottostare ai soprusi ed alle umiliazioni a cui ogni giorno il cittadino e` esposto, preferiscono la vita vagante della foresta, senza macchiarsi con furti o con omicidi, quelli la` hanno la mia simpatia. Quando poi all'onesta indipendenza aggiungono l'indole coraggiosa del leone e si battono valorosamente contro chiunque cerchi sopraffarli, allora non solo simpatia, ma ammirazione si meritano, e francamente, nell'abbassamento presente della nostra gloria militare, io sovente insuperbisco tra me stesso, pensando che pochi italiani (ispirati da falso principio e` vero) combattono contro polizie, carabinieri, guardie nazionali, esercito, un mondo di nemici, senza che questi giungano mai a vincerli o domarli. Comunque sia, tolte le crudelta` commesse dai briganti assoldati dai preti, quella classe di gente, ha mostrato in questi ultimi tempi una tenacita` ed una bravura degna di miglior causa; il che prova che gli stessi uomini sospinti dall'amor di patria e ben guidati sarebbero una barriera insuperabile contro qualunque invasione straniera. Fatalmente quei poveri ma coraggiosi contadini sono sempre stati coi preti e da loro sono forviati. Per questo li vediamo armati contro l'unita` nazionale. E quanto tempo ci vorra` ancora per portarli sulla buona via? Che i briganti non sieno tutti assassini lo prova Orazio, il valoroso Romano che tutti in Trastevere, specialmente le donne, ammiratrici sempre della bravura, credevano discendente dal famoso Coclite, che da solo difese il ponte contro l'esercito di Porsenna. Egli aveva questo di particolare, oltre il valore che lo ravvicinava all'antico eroe: gli mancava un occhio che nell'infanzia, in una rissa aveva perduto. Un giovinetto della sua eta`, ch'egli aveva battuto, per vendicarsi gli pianto` una canna nell'occhio sinistro e glielo svelse. Orazio aveva servito con onore la Repubblica romana. Ancora inerbe, egli fu tra i primi che nel glorioso 30 d'aprile caricarono e fugarono gli stranieri invasori. A Palestrina riporto` onorevole ferita di palla alla fronte. A Velletri, dopo aver freddato un ufficiale di cavalleria napoletano col suo archibugio, lo spoglio` delle armi e le porto` in trionfo a Roma. Ventura sarebbe stata per Giulia e le sue compagne, se fossero cadute in potere di un tal brigante; ma non fu cosi`: altre bande della peggior natura da noi descritta incontro` la gentile comitiva mentre si avvicinava alle spiaggie del mare, ed una fucilata uscita da un bosco circostante, che rovescio` il cocchiere dalla banchina, diede indizio agl'infelici della situazione loro. Caduto il cocchiere, Manlio, con un'intrepidezza ed una agilita` superiore all'eta` sua slanciossi sul davanti della carrozza, ed impugno` le redini, ma inutilmente; quattro masnadieri armati di tutto punto, si precipitarono ai freni dei cavalli e li fermarono. "Non vi movete o siete morto" grido` con voce imperiosa uno della banda che avea apparenza di comando, e veramente inutile sarebbe stata la resistenza d'un solo e inerme contro quattro armati e di quella specie! Manlio rimase immobile sulla banchina ove era salito. Alle donne si ordino` di scendere con certo piglio poco galante dapprima, ma scese che furono, abbarbagliati da tanta bellezza, i malviventi rimasero muti e per un pezzo stettero a considerare Clelia e Giulia con aria mista d'ammirazione e di rispetto. Finalmente predominati dalla fiera e malvagia natura, il capo della banda cosi` si espresse: "Signore, se voi vi decidete ad accompagnarci di buona voglia, io vi assicuro che non vi sara` torto un capello, ma se non condiscendete a quanto io vi chiedo potete essere certe che la vostra vita non e` sicura, e cominceremo a darvene prova, col fucilar subito quell'uomo lassu` che vi accompagna" e accennava Manlio. Lascio pensare l'effetto dell'ultime parole sulle povere donne. Silvia comincio` a singhiozzare, e cosi` Aurelia, che non pote` trattenersi dal farle riscontro. Clelia si senti` un brivido nelle ossa, ed impallidi` alla minaccia di ucciderle il genitore; Giulia sola colla impavida freddezza caratteristica della sua nazione, essendo gia` ne' suoi viaggi meglio delle compagne assuefatta alle peripezie della vita mostro` forte e maschio contegno. "Non potreste--disse Giulia avanzandosi verso il masnadiero--prenderci quanto possediamo, e noi ve lo diamo senza difficolta` (cosi` dicendo trasse fuori la sua borsa e gliela porse) lasciandoci andare per la nostra via". Lo scellerato, cui il peso dell'oro che teneva in mano, in luogo di soddisfarlo, sembrava aver risvegliate altre libidini, sorrise al discorso della seducente Inglese rispondendo: "Oh! Signora! fortune come questa d'oggi non capitano tutti i giorni a noi miseri perseguiti, e la fortuna, se non la si piglia pei capelli quando arriva, fugge e sovente per non piu` tornare. Crede lei che possano giungere ogni giorno tanti gioielli?". E il furfante cosi` dicendo facea l'occhietto girando lo sguardo dall'una all'altra delle due giovani. Giulia non si scosse dinanzi alla gravita` del pericolo ma andava ruminando nella mente la possibilita` di un tentativo per liberarsene mantenendosi intanto fredda e silenziosa. Non cosi` Clelia, che al brivido d'orrore provato alla minaccia d'uccisione del padre, sopravveniva lo sgomento pel suo onore minacciato dalle parole dell'assassino. Percorse in un lampo colla meridionale sua immaginazione tutto l'orrore della loro situazione e la disperazione succedendo ad ogni altro senso si ricordo` del pugnaletto, lo impugno` ed avventossi come una furia sul ladro procace. Giulia, non meno coraggiosa, vedendo l'eroica risoluzione della compagna, assali` il nemico con eguale trepidezza, e certo, se avessero avuto da fare con lui solo, il brigante era spacciato. Ma il piu` vicino dei malandrini afferro` e tenne salda Giulia in guisa che la povera Clelia trovossi sola a lottare col nerboruto avversario il quale, benche' ferito in varie parti, era ben lunge dal potersi dire vinto ed atterrato. Le cose erano a tal punto: Giulia veniva portata via dal brigante verso la macchia, le due donne mature minacciate da un altro che le teneva sotto la bocca della sua carabina a due colpi; seguivano Giulia, Manlio, che aveva ricevuto ordini dal terzo di scendere dalla banchina, seguiva la comitiva sotto la stessa minaccia, ed ultima Clelia, trascinata dal capo, da cui invano cercava di svincolarsi, veniva alquanto piu` in dietro. A un tratto un colpo, come di clava, cad